Il significato simbolico delle Piramidi Egiziane

Ricerche di ERNESTO SCHIAPARELLI

Memoria appruvata per la stampa negli Atti deir Accademia

nella seduta del 6 aprile 1884

(Con una tavola)

[Extracted from Atti della R. Accademia dei Lincei. Memorie della Classe di scienze morali,etc. ser. 3, vol. 12, pp. 121-61.]
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«Leur masse indestructible a fatigué le temps»

I.

Da quel punto dell'Egitto in cui la catena di monti, che lo fiancheggia ad oriente, alibandona il corso del Nilo, e, dirigendosi verso nord-ovest, va a perdersi nei deserti della Cirenaica e nel lago Mariut, si dirama un contrafforte, che si spinge verso l'interno della valle e procede ancora per alcune miglia lungo il letto del fiume; esso forma successivamente alcuni piccoli altipiani coperti di sabbie, e quindi digrada dolcemente da una parte verso il Nilo e dall'altra verso il basso Egitto, trasformandosi a mano a mano in campi fertili di biade e coprendosi di boschi di palme. Presso alle falde orientali di questi altipiani sorgeva l'antica Memfi; in una scogliera di pietra calcarea, che attraversa uno di essi, fu scolpito lo Sfinge colossale: sopra di essi poi furono costruite lo piramidi1, in numero di oltre cinquanta, di diverse proporzioni e riunite in quattro gruppi principali, che prendono il nome dai villaggi arabi di Gizeh, Saqqarah, Abusir e Dashur. Esse hanno por lo più una forma rettangolare e i lati diretti secondo i quattro punti cardinali: alcune sono costruite semplicemente con mattoni crudi induriti al sole, ma per lo più consistono di una massa disgregata di scheggio di pietra, che si trovano su quegli altipiani medesimi, alternate e ricoperte con grossi massi di calcare, che venivano estratti — 122 — dalle cave di Mokattam, sulla riva opposta del tiiime, ed orano trasportati e collocati al posto senza aiuto di macelline, ma semplicemente dalla forza riunita di centinaia di operai, brutalmente disciplinati a colpi di verghe.

Tutte queste piramidi, sorgano esse sugli altipiani di Gizeh o di Abusir, di Saqqarali o di Dashur, o piìi a mezzodì verso Meidum o a settentrione verso Abu-Roasch2, furono originariamente tombe di Faraoni o di persone che fossero ad essi legate strettissimamente; mentre per lo più i principi reali e i grandi dignitarii furono seppelliti in altre tombe, che si trovano lì presso e che presentano generalmente l'aspetto di una piramide tronca. Secondo alcune indicazioni monumentali, che concordano colla tradizione popolare, quale fu raccolta e conservata da Erodoto, le tre maggiori piramidi, che si elevano accanto allo Sfinge sull'altipiano di Gizeh, sarebbero state costruito dai Faraoni Chufu, Chafra e Menkaura (Cheope, Cefrene e Micerino) della quarta dinastia di Manetone; altre cinque piramidi dell' altipiano di Saqqarah, aperte nel 1881 dal Mariette e dal Maspero, si accertò che furono rispettivamente le tombe dei Faraoni Uuàs, Tetà, Pepi I, Pepi II e del principe Sokaremsaf della VI dinastia: quanto alle rimanenti, finora non sufficientemente — 123 — studiate o rimaste del tutto inesplorate, non si può determinare con precisione rigorosa a quale degli antichi Faraoni ciascuna di esse appartenga; ma si deve ritenere per fermo che risalgono tutte al periodo più antico della storia dell'Egitto, in una età certamente anteriore al trentesimo secolo avanti l'èra cristiana.

Lungo l'intiero periodo egiziano, lungo i periodi greco, romano e cristiano, le piramidi rimasero quasi tutte inviolate: non così dopo la conquista degli Arabi, i quali penetrarono nelle camere sepolcrali di tutte nella speranza di rinvenirvi dei tesori3, e ne demolirono parecchie per servirsi dei materiali nelle costruzioni de Cairo e dei villaggi circonvicini4. Attualmente alcune di esse sono quasi scomparse dalla superficie del suolo, altre, ridotte a cumuli di scheggio di pietra, presentano da lontano l'aspetto di colli dirupati o di scogli seppelliti nelle sabbie: quella di Meidum soltanto e le tre maggiori dell'altipiano di tìizeli, in mezzo ai tentativi inutilmente ripetuti dagli Arabi5, in mezzo al battagliare dei venti, che le scoprono e le ricoprono di sabbia, conservano la loro mole e la loro forma antica, giustificando quel verso del Delille, che fu inciso sopra una di esse:

«Leur masse indestructible a fatigué le temps»6.

Di fronte a questi monumenti, che hanno attraversato piu di cinquanta secoli e meritata l' ammirazione di parecchie civiltà7, è naturale che noi ci ripetiamo — 124 — la domanda che già si fecero i Greci, i Romani, gli Arabi e i viaggiatori moderni di ogni nazione di Europa, se cioè la forma e la mole loro sieno la conseguenza di circostanze puramente accidentali, o se siano il prodotto del capriccio, della vanità, o di speciali bisogni, o l'espressione di un concetto scientifico, o la memoria di fenomeni astronomici, o se non sieno piuttosto a ritenersi la manifestazione di una particolare forma del sentimento religioso e di speciali credenze.

Per dare una risposta soddisfacente a tutte queste domande è duopo eliminare innanzi tutto quella massa di leggende e di favole, clie la fantasia del popolo egiziano, dei Greci e degli Arabi ha creato intorno ad esse; dovremo fare parimente astrazione dalle opinioni bizzarre, strane e diversissime, che, dai viaggiatori e da alcuni studiosi di archeologia e di astronomia, furono emesse sopra questo argomento, e tener conto unicamente delhi indicazioni che si possono derivare dai monumenti egiziani.

II.

Dal papiro matematico del museo britannico e da altri testi sappiamo che la piramide, considerata come figura geometrica o come costruzione architettonica, che ne riproduceva le linee, era chiamata [glyphs] mer, e che col vocabolo [glyphs] piremus ne era designata l'altezza; secondo ogni probabilità da questo vocabolo i Greci dedussero quello di [glyph], da cui il moderno nome di joiramide8. — I25 — Ma accanto a questi vocaboli, che hauno un significato strettamente geometrico, si trova nelle iscrizioni il nome [glyphs] benben, con cui gli Egiziani designavano la piramide, considerata come simbolo ed espressione di un qualche concetto religioso, che noi dobbiamo determinare: poicliè quantunque' con quel vocabolo si indicassero specialmente le piccole piramidi, che si collocavano nell'interno delle tombe e che, come vedremo, si veneravano nei santuarii dei templi, è a credere che esso comprendesse non meno gli amuleti di forma piramidale che le piramidi gigantesche, alla stessa guisa che in tempi meno antichi dell'impero egiziano indicò pure l'obelisco9, il quale era, come diremo in appresso, una emanazione diretta della piramide.

Quale fosse il significato simbolico del [glyphs] mide considerata come simbolo, non fu finora, per quanto ci consta, ben determinato. Però da un passo degli [glyphs] hekennu del Dio Ra10, il Naville prima e dopo lui il Pleyte avevano indotto, che il benben dovesse essere il simbolo la dimora di qualche Divinità, mentre per altre considerazioni il Brugsch e il De Rougé avevano conchiuso, che esso dovesse essere intimamente legato col culto del sole11. Nessuna di queste spiegazioni è per se medesima sufficiente, ma riunendole insieme e coordinandole con altri fatti, che ci fu dato osservare, ci pare che risulti chiaramente il concetto simbolico del benben, che sarebbe, a nostro credere, il simbolo più misterioso e più sacro del Dio [glyphs], la Divinità suprema di tutto l'Egitto, adorata principalmente in Hiopoli e concretata essenzialmente nel sole. A questo concetto si ispirano senza alcun dubbio tutte le piccole piramidi o benben, che la pietà dei parenti deponeva nelle tombe presso al sarcofago che racchiudeva la mummia, e che si conservano iu numero abbastanza notevole nei diversi musei e specialmente iu quello del Louvre12. Eccettuate alcune di esse, che sono — 126 — prive di figure e di iscrizioni, le rimanenti forniscono da se sole lo indicazioni snfficienti per determinarne la natura. In alcune si vede rappresentato il defunto, talora sopra due e altre volte sopra tutte quattro le faccie, nell'atto di adorare una Divinità, che non è figurata, e che non può essere se non la piramide stessa: in altre, l'immagine del defunto adorante è accompagnata da iscrizioni, che racchiudono una breve preghiera al sole nascente o al sole del tramonto,

[glyphs]
«adorazione a Ra die sorge all'orizzonle»,
[glyphs]
«omaggio a te, o Ra, signore dei creali»13,
[glyphs]
«adorazione a Ra, quando si leva nell'orizzonte orientale del cielo»,
[glyphs]
«adorazione a Ra, quando tramonta nell'orizzonte occidentale del ciclo»14:

in altre, e queste sono le piìi numerose, il defunto recita le stesse preghiere inginocchiato davanti al Dio Ra che è rappresentato nelle sue diverse forme: finalmente, nella faccia orientale di una piccola piramide del museo di Torino, vedesi rappresentata nell'alto una piramide che sorge fra due monti (fig. A), e sotto ad essa il defunto Consu, che la sta adorando insieme ad altre persone della sua famìglia, rappresentazione parallela a quella del sole nascente (fig. B), che vedesi ripetuta sulla maggior parte degli altri benben.

Alla stessa conclusione ci conduce lo studio di alcuni altri monumenti, che non attirarono finora l'attenzione degli Egittologi, cioè la piccola iscrizione funebre in forma di piramide del defunto [glyphs] Ptahanχ, addetto al tempio di Ptah in Memfi sotto il regno di Amenofi III15, e una categoria intiera di stele, a cui è sovrapposta una piccola piramide e di cui esistono numerosi — 127 — esemplari in parecchi musei. Nella prima vedesi il defunto ingiuocchiatio dentro una piccola nicchia, praticata nel centro dell' iscrizione, nell'atto di adorare il sole, non rappresentato da alcuna immagine ma simboleggiato dal monumento medesimo, accompagnando l'adorazione coll'inno,

Fig. A.
Fig. B.

«io vengo verso di te, oro dei due orizzonti, o Tum che vivi nella verità, affinchè tu mi conceda di essere fra i tuoi seguaci, come il fui sulla terra»:

e nelle altre, sulla fiiccia anteriore della piccola piramide, vedesi rappresentato o il defunto adorante il monumento stesso, o la barca del sole adorata dai cinocefali, o i due sciacalli, simbolo solare parallelo a quello dei due [glyphs] uta; o uno sciacallo solo, simbolo di Anubi. Divinità essenzialmente solare, ovvero i simboli, [glyphs], che designano la Divinità nella sua forma piìi generica e comprensiva, quale era appunto concretata nel sole.

In conformità di questo concetto, il simbolo che era adorato nel tempio piìi antico e pili celebrato del Dio Ra, che sorgeva non lungi da Memfì, nella città a cui i Greci imposero il nome di Eliopoli o città del sole, era appunto un [glyphs] benben, sulle cui faccio dovevano essere rappresentate due delle forme principali del sole, il sole dopo il suo sorgere e il sole presso al tramonto. La regione del tempio poi in cui questa piccola piramide si conservava, luogo sacro e inaccessibile ai profani, era chiamata [glyphs] Habenben o la dimora del ben-ben, ed essendo essa la parte più importante del tempio, fu presa da sola ad indicare tutto l'insieme di esso. Ciò si deduce particolarmente da quel passo dell'iscrizione di Gebel-Barkal, ove è ricordata la visita che il Faraone Fianchi fece al santuario di Eliopoli16, mentre poi da altre indicazioni monumentali sappiamo che parecchi altri templi del sole, i quali sorgevano in altre parti dell'Egitto, erano designati collo stesso nome di Habenben17, e dovevano quindi racchiudere, come si può ragionevolmente supporre, un [glyphs] benben della stessa natura di quello del tempio di Eliopoli.

Determinato così, con questi argomenti che abbiamo rapidamente accennati, il significato simbolico del [glyphs] benben o della piccola piramide, avremo pure il modo di definire il concetto generatore dell' obelisco, il quale non fu già prodotto da una combinazione casuale di linee geometriche, ma rappresenterebbe un fascio di raggi solari, che emana dalla piccola piramide, che ne costituisce — 128 — l'estremità supcriore, e scendo verticalmente a

Fig. C

riscaldare e a fecondare la terra (fig. C). Subordinatamente a questo concetto, sulle basi dei due obelischi di Luqsor vennero rappresentati gli otto cinocefali adoratori del raggio solare18, e gli stessi cinocefali adorano l'obelisco in uno scarabeo del museo di Firenze (fig. D)19: dipendentemente da esso, l'obelisco si presenta ovunque con un carattere essenzialmente solare, sorse sopratutto intorno al tempio di Ra in Eliopoli e davanti agli altri santuarii del sole e fu fatto oggetto di un culto speciale20: sempre in conformità dello stesso concetto, veniva dorato sopra tutta la sua superficie, fu designato collo stesso vocabolo [glyphs] benben, die vedemmo essere proprio della piramide, e rimase sempre un monumento essenzialmente proprio del Faraone, il quale, secondo le credenze egiziane, era appunto il figlio e l'emanazione del sole21.

Fig. D

La piramide fu adunque per gli Egiziani il simbolo del sole raggiante e, indirettamente e in senso più largo, del concetto solare in genere: ma oltre a questo significato esteso e generico, ne ebbe anche un altro più ristretto e meglio definito, che ha una speciale importanza per le nostre ricerche, quello di simbolo del sole nascente. Ciò si deduce dalla rappresentazione, citata nelle pagine recedenti22, della piramide che sorge fra due monti; rappresentazione, che viene confermata e illustrata dalla relazione in cui è messa sopra altri monumenti con un mito di carattere essenzialmente solare, che aveva per centro il santuario medesimo di Eliopoli.

— 129 —

Stormi di uccelli dalle penne dorate e profumate di aromi passavano ogni anno in certe stagioni determinate sopra l'Egitto venendo dall'Arabia, e cadevano in grau numero nelle reti tese dagli Egiziani23: secondo una leggenda, che doveva essere diffusa fra il popolo egiziano, perchè la troviamo ripetuta da Erodoto, da Tacito, da Plinio, da Horapollo, etc.24, vi era fra quelli un uccello, chiamato fenice, sacro al sole, che veniva a posarsi sul santuario di Eliopoli una volta ogni cinquecento anni, uccello unico della sua specie, che morendo infondeva la vita ad una nuova fenice, che raccoglieva il corpo del genitore e lo portava in Eliopoli, per morire quindi alla sua volta e cedere il posto ad un terzo. Di questa fantastica leggenda non si trova alcuna indicazione positiva nei testi religiosi egiziani, ma in essi però è ricordato sovente l'uccello Bennu, adorato nel gran tempio di Eliopoli, il quale corrisponde indubbiamente alla fenice degli scrittori greci e latini. Il Bennu, che, secondo la leggenda, non moriva prima di avere infuso la vita in un nuovo essere, ci appare nei testi egiziani come il simbolo dell'Anima divina che sussiste malgrado il mutamento successivo delle forme; esso vive nel sole diurno, permane nel sole notturno e lo fa rinascere al mattino, e quindi, mentre in larghissimo senso era chiamato l'anima di Ra e di Osiride, rappresentava poi particolarmente quell'istante del corso del sole, in cui questi, sprigionandosi dalle tenebre, rinasceva sulla cresta dei monti della catena arabica25.

Sotto questo aspetto il Bennu è rappresentato nelle iscrizioni egiziane sopra una piramide che si leva fra due creste di monti, e così le due parti di questa rappresentazione simbolica si illustrano e si confermano vicendevolmente.

III.

Dallo studio del benben e dell'obelisco, di cui quello è, come vedemmo, l'elemento essenziale e generatore, come pure dalla relazione sua col mito della fenice, risulta ad evidenza, che la piccola piramide, adorata nei templi e deposta nelle tombe, fu per gli Egiziani il simbolo del sole raggiante e, in via secondaria e derivata, del sole nascente. Le piramidi gigantesche di Gizeh, Abusir, Saqqarah, Dashur, Meidum etc., non meno che i piccoli amuleti di forma piramidale, che si trovano fra le fascia delle mummie, si ispirarono certamente ai medesimi concetti, collegati e combinati col concetto sepolcrale: di questo concetto complesso che ne risulta è necessario avere una idea ben chiara, poiché esso è il solo che ci possa rendere esatta ragione dello scopo, della forma, delle dimensioni e del nome medesimo, che venne assegnato a ciascuna delle piramidi della necropoli di Memfi.

Nel sole che moriva ogni sera dietro alla catena libica, mandando sull'Egitto gli ultimi raggi impotenti, e che, in virtù di una forza misteriosa e inesplicata, risorgeva al mattino seguente per morire di nuovo alla sera e quindi nuovamente risorgere, gli — 130 — Egiziani, parallelamente a quanto fecero altri popoli loro fratelli, avevano concretato l'idea dell'Essere infinito e increato, che è causa e motivo della propria esistenza; quella stessa che in tutta l'antichità fu conservata nella sua primitiva purezza, senza simboli e senza miti, solamente dal popolo ebraico. Come primo svolgimento di quell'antico concetto monoteistico, venne divinizzato l'ambiente inesplorato in cui il sole dava origine a se medesimo, e così ebbe origine la forma primitiva della Divinità femminile, che in tutte le antiche religioni dell'Oriente occupa un posto quasi eguale al Principio maschile, e che non fu in origine, se non la deificazione della volta stellata del cielo, o della montagna di Occidente o della terra medesima, che il sole attraversava durante il suo corso notturno. Per una naturale connessione di idee la vita futura dell'anima, legata e immedesimata col corso quotidiano del sole, venne a fondersi con quei due concetti, e cosi il desiderio supremo di ogni credente fu, che, dopo la morte del corpo, l'anima tramontasse insieme col sole, fosse ricevuta dalla terra o dalla volta celeste e col sole risorgesse il mattino seguente [glyphs].

Questi concetti e queste credenze, nella forma speciale teste accennata, rivestono un carattere essenzialmente proprio all' Egitto; il loro primo determinarsi si confonde coll'origiue stessa della religione egiziana, e risale a quel periodo antichissimo della storia delle genti di tipo caucaseo, in cui le tribù camitiche dell'Egitto si distaccarono dalle genti sorelle, e incominciarono a svolgere con un indirizzo loro proprio le antiche tradizioni comuni. E però, mentre da una parte esse rappresentano il vincolo che unisce la religione degli Egiziani a quella di altri popoli loro fratelli, dall'altra costituirono l'elemento fondamentale ed essenziale di tutte le loro dottrine sulla Divinità e sulla vita futura, quantunque assumessero, nei diversi periodi e nelle diverse regioni dell' Egitto, una forma sensibilmente diversa.

Da questi concetti, per se medesimi così semplici, variamente sviluppati nei periodi successivi e nei diversi centri politici in cui l'Egitto fu antichissimamente diviso, derivò quella serie infinita di personaggi divini, accompagnati da speciali miti e da speciali leggende, che offuscarono nella mente degli Egiziani l'idea del primitivo monoteismo, e lo sostituirono con un politeismo già complicato nel tempo storico più antico, e che si va via via determinando sotto forme maggiormente numerose e diverse, a mano a mano che scendiamo nella storia del popolo egiziano. Però, lo studioso moderno, esaminando cou pazienza quell'ammasso confuso di miti e di Dei, potrà tra breve ritrovare il filo per ricondurli alla primitiva unità, e può fin d'ora discernere almeno due correnti distinte, che fanno capo a duo cicli principali di miti, i quali corrispondono alla lor volta alle due grandi divisioni politiche dell'antico Egitto, quello di Abido e di Eliopoli.

A Eliopoli l'idea della Divinità fu concretata di preferenza nel sole raggiante, fra il sorgere e il tramonto, rappresentato dal Dio Ra, ad Abido per contro ebbe speciale sviluppo il concetto del sole notturno, simboleggiato in Osiride: in corrispondenza a questi due aspetti del concetto solare, assunsero forme sensibilmente diverse anche le credenze sulla vita futura, e a queste diilerenze rispondono colla loro forma architettonica le tombe reali di Tebe e di Memfi, espressione le prime — 131 — del concetto di Abido e le ultime di quello di Eliopoli. Così, mentre sulle pweti e sui soffitti delle tombe faraoniche tebune della XIX e XX dinastia, che serpeggiano per centinaia di metri nelle viscere della catena libica, è rappresentato il viaofffio del sole durante le ore della notte, e coli' alternarsi di corridoi e di sale, che essi presentano, sono riprodotte le diverse stazioni del sole nel mondo sotterraneo, a Memfì le tombe degli antichi Faraoni dovettero naturalmente informarsi al concetto del sole raggiante e assumere necessariamente la forma della piramide, che era la sede più conveniente per il defunto che volesse tramontare e risorgere col sole.

A questo concetto si ispirano i nomi, che, nelle iscrizioni contemporanee delle piramidi, sono assegnati a ciascuna di esse: così la piramide di Chafra era chiamata [glyphs] «(il sole al) l'orizzonte», quelle di Nofer àrkara, Àti e Noferfra erano designate colle espressioni [glyphs] «Vanima», [glyphs] «le anime», [glyphs] «le anime divine», che in moltissimi testi religiosi egiziani indicano il sole o il Dio Ra quale anima universale e signore di tutte le anime; mentre le piramidi di Menkaurà, Menkauhor, Userkaf, Nebterra26, Unas, Pepi Morirà, Noferkara, Senoferu, Sahura e Pepi Merenra portavano rispettivamente i nomi [glyphs] «la divina», [glyphs] «divina delle sedi», [glyphs] «la più pura delle sedi», [glyphs] «la più luminosa delle sedi», [glyphs] «la migliore delle sedi», [glyphs] «huona staziono», [glyphs] «zione della vita», [glyphs], «il sorgere», [glyphs] «il sorgere deWanima», [glyphs] «il buon sorgere», in corrispondenza gli uni col concetto della piramide quale monumento solare, e rispondenti gli altri a quello di monumento sepolcrale per eccellenza.

Risulta dunque ad evidenza che le piramidi di Gizeh, Abusir, Saqqarah, Dashur, Meidum etc., nel concetto dei Faraoni che le fecero costruire, dovettero essere simboli colossali del sole raggiante o del sole nascente, proporzionati al concetto immenso che essi avevano della Divinità in quello concretata; e sono al tempo stesso l'espressione gigantesca di quel desiderio, che è ripetuto in tutti i testi religiosi egiziani, che è riassunto nel titolo del libro dei morti, [glyphs] «l'uscire colla luce o col sole» e il cui raggiungimento è rappresentato in tante scene funerarie, in cui vedesi il sole avvolgere la mummia coi suoi raggi, mentre l'anima si riunisce ad essa per darle la vita (fìg. E).

A quella guisa poi che il concetto solare e queste credenze sulla vita futura, che da esso direttamente dipendono, erano sostanzialmente comuni alle dottrine religiose di tutto l'Egitto, così la piramide dalla necropoli di Memfì passò a quelle — 132 —di Abido e di Tebe, assumendo però proporzioni iufinitamente piìi piccole e im'importauza quasi secondaria e sempre

Fig. E.27

subordinata al concetto del sole notturno, die predominava in tutte le necropoli dell'alto Egitto. Quando poi, nel secolo X avanti Péra cristiana, i grandi sacerdoti di Ammone, esiliati da Tebe, si ritirarono nella Nubia, trasportandovi la scrittura, la lingua e la religione egiziana, e anche quando [glyphs] nei secoli successivi nel regno da essi fondato si venne formando a poco a poco una civiltà diversa sotto l'influenza delle tribu camitiche e semitiche dell'Abissinia e del Darfor, quegli altipiani si coprirono di centinaia di piramidi, che sorgono tuttora presso Zuma, Kurru, Tanqassi, Barkal, Nuri e Meroe28, e che, quantunque di dimensioni meno colossali di quelle di Memfi e di forma alquanto diversa, servirono nondimeno al medesimo uso e furono ispirate dallo stesso concetto.

IV.

Poiché il significato simbolico delle grandi piramidi della necropoli di Memfi, fu, secondo ogni probabilità, quello che abbiamo cercato di definire nelle pagine precedenti, si potrebbe logicamente indurre che esse dovessero essere oggetto, di culto, al pari dei [glyphs] benben del santuario di Eliopoli e degli altri templi del sole, non meno che degli obelischi di Tebe.

Sopra questo argomento intricatissimo e che non fu finora trattato, non si trovano notizie categoriche e precise sui monumenti egiziani: nondimeno ci pare che uno studio diligente delle iscrizioni sepolcrali di quella necropoli, possa gettare molta luce sopra di esso e chiarirne, alcuni punti in modo soddisfacente29.

Il fatto che da quelle iscrizioni risulta veramente incontrastato, è la simultaneità del culto delle anime dei Faraoni defunti e seppelliti nelle piramidi con quello del sole, rappresentato dal Dio Ra e da altre Divinità di carattere essenzialmente solare30, fra le quali primeggia la Dea Hathor, che con Rà strettissimamente si — 133 — connette e geneticamente si confonde31. A non parlare dei due templi che sorgevano sull'altipiano di Gizeh, menzionati nell'iscrizione della principessa Hontsen32, sacro il primo allo Sfinge e il secondo ad Iside Hathor, e degli altri due, di cui rimangono tuttora grandiose rovine presso alle piramfdi di Cefrene e di Micerino33, vi erano in parecchie piramidi una o piìi camere riservate al culto della — 134 — Divinità34, e così pure sorgevano in varii punti della necropoli dei piccoli templi, in parte compresi sotto il nome generico di [glyphs] hont35, in parte designati — 135 — coi nomi di

[glyphs] Soprà36,
[glyphs] Àshatri37,
[glyphs] Sopuhatra38,
[glyphs] Raxut39,

nei quali erano adorati Ra o Hathor, o l'uno e l'altra simultaneamente40.

Sopra questi piccoli templi, costruiti originariamente con grossi massi di granito rosa di Siene, passò come un uragano il braccio devastatore di Saladino e dei suoi successori, tantoché attualmente non ne rimane altra traccia visibile che alcuni frammenti coperti di iscrizioni41, e poche rovine, quasi sepolte dalle sabbie, che si stendono da occidente verso oriente presso alcune colline degli altipiani di Abusir e di Saqqarah, resti di antiche piramidi42. Ma di essi rimane certa memoria nelle iscrizioni loro contemporanee, dalle quali sappiamo, che sorgevano tutti accanto alle piramidi della V e VI dinastia, che presentavano generalmente l'aspetto — l36 — di una piramide tronca presso cui ora innalzato un obelisco, e che ai medesimi furono addetti, in qualità di sacerdoti ad honovem, molti dìgnitarii dell'antico impero memfitico43.

Uno dei templi designati sotto il nome di [glyphs] hont doveva sorgere nella regione meridionale dell'altipiano di Saqqarah, presso alla piramide del Faraone Merenra, e in esso era adorato il [glyphs] benben o il pyramidion, che il gran dignitario Una fece scolpire e trasportare dai confini della Nubia44. I templi di — 137 — [glyphs] Sopra, [glyphs] Ashatra, [glyphs] Sopuhatra, [glyphs] Raχut sorgevano per contro presso alle piramidi dei Faraoni della V dinastia, che si devono cercare in quella regione dell'antica necropoli, attualmente conosciuta sotto i nomi di Saviet el Arriau e di Abusir, e che, secondo ogni probabilità, gli antichi Egiziani — 138 — chiamavauo [glyphs] Seχetra, «il campo di Ra». Al nord, verso Giseh, presso alla piramide di Userkaf, sorgeva [glyphs] Sopra; seguiva quindi [glyphs] Sophuatra colla piramide di Usereura, quindi probabilmente [glyphs] Àshatra con quella di Sahura e da ultimo veniva [glyphs] ramido di Menkauhior: le piramidi di Noferàrkara, Noferfra e Tatkara non pare che avessero un tempio speciale, e dipendeva la prima da Sopra o da Sopuhatra o da Àshatrà e le altre pili generalmente da Raχut45. Quantunque manchino indicazioni speciali è nondimeno ragionevole il supporre, che come — 139 — nella [glyphs] hont di Merenra, cosi anche in questi quattro templi, fosse adorato un [glyphs] benben, poiché ciò corrisponderebbe alla natura del culto a cui erano consecrati, e inoltre chiaramente vi accennano i nomi medesimi con cui ciascuno di essi era indicato46.

Gli stessi dignitaru che erano addetti al culto di Ra e di Hathor in qualcuno dei templi suddetti, attendevano parimente all'adorazione di quelle piramidi, che da essi direttamente dipendevano, e al servizio funebre di quei Faraoni, che vi erano seppelliti: quelli poi fra essi che erano sacerdoti di Ra e di Hathor in parecchi di quei templi, lo erario simultaneamente di un maggior numero di piramidi e dei rispettivi Faraoni47. Così il sole, simboleggiato nelle piramidi, negli obelischi, nello Stìnge etc., era adorato insieme ad Hathor in questi piccoli templi, che sorgevano in diverse località, ma che erano informati allo stesso concetto; e la vasta necropoli — 140 — di Memti. che è, storicamente parlando, la piìi antica del mondo, non fu, nel pensiero degli Egiziani, che un santuario gigantesco del sole, corrispondente all'idea che essi avevano della Divinità e alla loro fede nella vita futura. Il duplice concetto sepolcrale e solare, espresso in una forma così grandiosamente solenne dalla necropoli di Memfi, è riflesso del pari da tutte le altre necropoli dell' Egitto non meno che da quelle di altri popoli antichi, non escluse alcune fra le più arcaiche dell'Europa centrale, nelle quali lo scheletro dell'uomo preistorico, col viso rivolto verso oriente48

«.....con ardente affetto il sole aspetta,
Fiso guardando, pnr che l'alba nasca»49,

confondendo con essa l'istante della sua risurrezione. E quindi l'uomo, sia ordinato in nazione sulle rive del Nilo o perduto nelle valli della Svizzera, già nei suoi primi monumenti si rivela come un essere essenzialmente religioso: separato da differenze di stirpe e di civiltìi, nell'Africa, nell'Asia, nell'Europa, lo troviamo riunito in una medesima fede ed animalo da una stessa speranza; credente in un Ente supremo, che egli simboleggia nel sole, e fidente in una vita oltremondana, che si rinnova ogni giorno all'alba col nascere del sole, e deve durare indefinitamente quanto il corso quotidiano di quello.

L'adorazione delle piramidi e dei Faraoni in esse seppelliti si mantenne viva per una lunga serie di secoli e non si perdette nemmeno col disciogliersi dell'impero egiziano50. Lucano vi accenna con quel verso,

«Votaque pyramidum celsas solvuntur ad aras»:

— 141 — e quelle turbe di Sabei che, secondo il laccoulo di Abd-Allatif e di altri scritturi arabi, ancora nei primi secoli dell'egira venivano dall'Arabia in pellegrinaggio alli' grandi piramidi, e vi giravano intorno con lampade accese, facendo purificazioni e sacrifizii51, continuavano sotto forme diverse il medesimo culto, a cui quaranta secoli prima attendevano i dignitarii egiziani, addetti a templi di Sopra, di Sopuhatra e degli altri edifizii religiosi di quella necropoli, di cui ripetutamente parlammo.

V.

Sia nella necropoli di Memfi sia in quella di Tebe, la piramide si presenta confusa con due altre categorie di monumenti, il cui significato simbolico non fu finora definito, la piramide tronca ed il cono. La piramide tronca sorse specialmente presso alle grandi piramidi sugli altipiani di Gizeh e di Saqqarah, e fu, nell'antico impero memfitico, il tipo architettonico quasi unicamente adottato per le tombe dei privati; tantochè anche oggidì si vedono in quelle regioni, e sopratutto a Saqqarah, numerosissime costruzioni massiccie, di varie dimensioni, che ne riproducono approssimativamente la forma, a partire da quelle che misurano pochi metri di lato al tronco gigantesco, che gli Arabi chiamano «mastabat el Faraun». Inoltre, se ben si considerino alcune piramidi di Saqqarah, Meidum, Gizeh, etc., si vedrà che esse sono essenzialmente costituite da una serie pili o meno piccola di piramidi tronche, di dimensioni via via decrescenti e sovrapposte l'una all'altra52; così è d'uopo ricordare che la grande piramide di Cheope, non meno che alcune altre, terminavano già anticamente in ima piattaforma piu o meno spaziosa, e quindi si avvicinavano nel loro aspetto generale a quello della piramide tronca53.

Da queste costruzioni gigantesche passando ai piccoli amuleti, clie ne riproducono le linee54, è talora difficilissimo il determinare, se alcuni di essi appartengano piuttosto alla prima o alla seconda di quelle due forme geometriche; e la stessa incertezza si riscontra nelle rappresentazioni della fenice o del Bennu, il quale, generalmente rappresentato in piedi sopra una piramide, lo è talora sopra una piramide tronca55.

Questi fatti insieme coordinati potrebbero anche da se soli indicare, che il concetto simbolico, che ispirò la piramide tronca, dovette essere assai affine se non del tutto identico a quello della piramide intiera: ma due iscrizioni del museo di Firenze lo provano in termini assoluti ed irrefubabili. Amendue queste iscrizioni56 sono — 142 — tagliale in forma di piramide tronca, o sono a ritenersi monumenti paralleli all'iscrizione di forma piramidale del defunto Ptahanχ, di cui parlammo più sopra57: nell'interno di mia nicchia, scavata nel centro della prima di esse, vedesi rappresentato in alto rilievo un individuo inginocchiato nell'atto di adorare la Divinità, simboleggiata dal monumento medesimo, mentre le iscrizioni, che sono incise accanto, racchiudono un inno al sole «che nasce all'orlzzonle orientale. ..., attraversa il cielo ..., e tramonta dietro alla montagna occidentale». Nella seconda è parimente scolpita in una nicchia e nello stesso atteggiamento l'immagine di uu uomo, il quale insieme a sua moglie, inginocchiata presso di lui, recita una invocazione al sole «prossimo al tramonto ..., che sta per scomparire dall' orizzonte occidentale ... e per sprofondarsi nel mondo sotterraneo»: così che questi due soli monumenti, che per criterii archeologici devono essere attribuiti allo stesso periodo di tempo, e che, essendo con tutta probabilità monumenti votivi, provengono forse da un medesimo santuario, insieme riuniti simboleggiano il concetto solare nella sua sintesi più completa, e ci attestano che la piramide tronca, fu, come la piramide intiera, il simbolo del sole raggiante, sia che illumini la superficie terrestre o faccia rispleudere il mondo sotterraneo.

Quello ne fu senza dubbio il significato primitivo e fondamentale: ma alla stessa guisa che dall'antico concetto monoteistico, concretato nel sole (Ra-Oro) si sviluppò il concetto secondario di una Divinità femminile (Hathor), che rappresentava l'ambiente in cui il sole dava la vita a se stesso58, cosi accanto al significato originario della piramide tronca se ne sviluppò successivamente un secondo, che, senza distruggere il primo, diventò nondimeno predominante, e quella pur rimanendo sempre uu simbolo essenzialmente solare, assunse a poco a poco uu significato più definito e venne a simboleggiare in modo speciale la Dea Hathor, madre o dimora del sole. Di fatto, in relazione con questo concetto, il piccolo tempio che sorgeva sull' altipiano di Saqqarah presso alla piramide di Mereura59, e che doveva presentare l'aspetto di una piramide tronca, era per l'appunto designato col nome di [glyphs] hont, caratteristico della Dea Hathor60; cosi pure gli altri templi dell'altipiano di Abusir, in cui era adorato un [glyphs] benben, e i cui nomi ricordavano alcuni attributi di Hathor, erano costruiti in forma di piramide tronca61: sempre come conseguenza del medesimo concetto, sul capo di Hathor — 143 — fu posto, come simbolo suo caratteristico, un piccolo pilone, il quale scomposte nei suoi elementi, non è altro se non una piramide tronca sormontata da una cornice.

Coordinando insieme questi fatti con quanto giìi dicemmo sul concetto generatore della religione egiziana62, ciè dato scoprire l'idea fondamentale, che ne ispirò l'architettura quale si rivela nel tempio, il quale in Egitto, come presso tutti gli altri popoli antichi e moderni, che ebbero un sentimento religioso potente, fu la manifestazione piu direttamente spontanea e piu sinceramente genuina della coscienza religiosa di ognuno di essi. Dai nomi medesimi con cui i diversi templi dell'Egitto ciano designati, e dalle indicazioni che si leggono nelle iscrizioni monumentali, riulta ad evidenza che, nella massima parte dei casi, gli Egiziani considerarono il tempio come la dimora del sole, che vi nasceva, tramontava o risorgeva a vita novella. Esso veniva quindi a confondersi simbolicamente con Hathor, e di fatto tutti i templi dell'Egitto, fatte poche eccezioni, hanno l'aspetto di una piramide tronca a cui sia sovrapposta una cornice, e allo stesso stile si ispira la forma architettonica delle porte e di altre parti accessorie nell'interno di essi. Davanti al tempio sorgevano i piloni, simili all'emblema che Hathor portava sul capo; davanti ai piloni erano innalzati gli obelischi e davanti agli obelischi si stendevano per centinaia di metri le spianate fiancheggiate da sfingi, simboli alla lor volta del sole; opperò il tempio egiziano, sia considerato in sé, sia nei suoi edifizii accessorii, non era il prodotto di un accozzamento casuale di linee architettoniche e di monumenti eterogenei, ma l'espressione di un concetto che corrisponde al principio fondamentale della religione egiziana; e da quel complesso di templi, di piloni, di obelischi, di viali di sfingi, che in una serie non interrotta si stendevano per parecchi chilometri sulla riva destra del Nilo, e che gli antichi conobbero sotto il nome di Diospolis di Tebe, opera di tanti Faraoni e di tante diverse generazioni, sorge spontaneo alla nostra mente un concetto sublimemente grandioso, che offusca e fa dileguare tutte quelle immagini di Dei dipinti e scolpiti sulle pareti dei singoli templi riunendoli ad unità nel concetto solare, il quale alla sua volta si sdoppia in due concetti egualmente fondamentali per la religione egiziana, concretati l'uno in Ra e l'altro in Hathor, in corrispondenza col dualismo di Moloch-Baal e di Astarte, che costituisce l'essenza di tante religioni semitiche.

Da questo grande santuario solare, di cui restano tuttora imponenti rovine, si giungeva in breve tempo, attraversando il Nilo, alla necropoli di Tebe, che si stendeva ai piedi della catena libica e si internava nelle insenature e nelle piccole valli, formate dagli ultimi contrafforti di essa. In quasi tutta quella necropoli, ma specialmente nella regione più settentrionale, che racchiude le tombe della XI e della XVIII dinastia, ed è compresa sotto i nomi di Drah abu'l Neggah, e di Alsassif, si trovano in gran numero quei piccoli monumenti di creta indurita al fuoco, di forma approssimativamente conica, conosciuti generalmente col nome di coni funeliri, e a cui abbiamo superiormente accennato. Essi non furono finora rinvenuti in alcuna altra necropoli dell'Egitto63, e anche quelli della necropoli suddetta appartengano — 144 — per lo più a sacerdoti o a persone addetto al tempio di Aminone, forma tebana del sole, e si trovarono sempre presso alle tombe: per lo piu essi portano improntata sulla base una breve iscrizione, contenente il nome e i titoli del defunto, o una breve preghiera a Ra o ad Ammone64; altre volte vi è rappresentatala barca solare, o il sole che sorge all' orizzonte adorato dal defunto65, o finalmente, accanto all'iscrizione che ci dà il nome del defunto, vedesi la sua immagine inginocchiata che adora una Divinità, che non è rappresentata e che deve essere simboleggiata nel monumento stesso66. Queste circostanze basterebbero a far supporre che anche il cono fosse per gli Egiziani un simbolo solare, parallelo alla piramide: ma ciò è confermato dal fatto, che talora nella medesima necropoli si trovano dei monumenti intieramente analoghi al cono, per la materia, per le dimensioni e per l'uso, che hanno la forma della piramide o della piramide tronca67.

Speriamo quindi di non essere lontani dal vero affermando, che il cono fu, come la piramide, un simbolo del sole raggiante, che si poneva presso alle tombe o sopra di esse, col medesimo intendimento, con cui alle tombe di Abido e di altre necropoli si sovrapponeva una piccola piramide: il suo uso però è ristretto a quella parte della necropoli tebana, che è l'espressione dell' individualità politica, artistica e religiosa di Tebe, e fu conservato generalmente dai sacerdoti ed impiegati del tempio di Ammone, cioè da quella classe di persone, che meglio di ogni altra doveva conservare le antiche tradizioni locali. Perciò, l'origine prima del cono deve cercarsi in qualche credenza od opinione speciale, professata dal collegio sacerdotale di Tebe, e diversa da quelle dei sacerdoti di Memfi; se poi consideriamo, che, sia nella piramide come nel cono, che rappresentavano amendue lo stesso concetto, devonsi distinguere due elementi essenziali, cioè il sole che rispleude e una'superficie di una data forma a cui si rivolgono i raggi, saremo naturalmente condotti a pensare, che la differenza fra il cono e la piramide si riduca ad un diverso concetto, elle per avventura a Tebe e a Memfi si aveva sulla configurazione della superficie terrestre. Supponendo la terra circolare; si forma immediatamente il cono, mentre supponendola di forma quadrata o bislunga, che corrispondesse alla configurazione — 145 — speciale dell' Egitto, deriva la piraiuitlo a hauti quadrata e piu sovente a base rettangolare, quali sono molto fra quelle di Abusir e di Saqqarah, e la maggior parte degli amuleti di forma piramidale.

La nostra completa ignoranza inlnnio alle opinioni professate dagli antichi Egiziani sulla configurazione fisica della terra, vieta a noi nuìdesinii di attribuire un valore assoluto alle induzioni, che abbiamo esposto sul concetto generatore della piramide e del cono: crediamo nondimeno che osse parranno plausibili a quauti conoscono il numero intìuitamente grande di opinioni e di teorie diverso e contraditorie, che neirantichitìi e durante il medio-evo medesimo furono professate sulla forma e sull'estensione della superficie terrestre, e confidiamo che saranno confermate, quando, le ricerche da noi fatte per le piramidi e i coni egiziani, verranno estese alle piramidi ed ai coni dell'America, dell' India, del Tibet, della Caldea e di tante altre regioni dell'Asia occidentale68. Per ora a noi basta l'aver potuto dimostrare coll'ajuto dei soli monumenti egiziani, che la piramide fu in Egitto il simbolo del sole raggiante, il quale, adorato principalmente in Eliopoli, ostituiva l'essenza e la giustificazione di tutte le religioni locali, e che subordinatamente a questo concetto, essa diede origine all'obelisco, mentre per mezzo della piramide tronca ispirò tutta l'architettura egiziana. La mole delle piramidi della necropoli di Memfi e degli obelischi di Eliopoli e di Tebe, le proporzioni gigantesche e la forma architettonica dei templi di Abido, di Denderà, di Tebe, di Edfu, di Abusimbel sono quindi spiegate da un solo concetto, e diventano per noi l'espressione maestosa di quel profondo sentimento religioso, che penetrò in tutte le fibre della nazione egiziana e che nel periodo del suo maggiore decadimento si rivelava ancora con tanta potenza, da ispirare ad Erodoto quelle parole: «gli Egiziani sono, fra tutti gli lutinini, i più devoti agli Dei».

— 146 —

APPENDICE FILOLOGICA
al § IV.

Per giustiticare le conclusioni che abbiamo esposte nel paragrafo IV, crediamo indispensabile il riportare e tradurre i seguenti passi di iscrizioni sepolcrali dell'antico impero, scelti, raggruppati e disposti secondo lo scopo speciale delle nostre ricerche.

I. Necropoli di Giseh.

1. Defunto [glyphs] Senoferuχaf.—Porta il titolo di:
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Cheope».—(Lepsius, Denkm. II, tav. 16).

2. Defunto [glyphs] Merhati.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote del «grande obelisco» Cheope».—(Denkm. II, 22 e De Rougé, Récherches sur les monuments qu,'on. peut attribuer aux six prémières dynasties, p. 43: [glyphs] designa, a nostro credere, un edifizio religioso costruito da Cheope e probabilmente dedicato al culto funebre in suo onore).

3. Defunto [glyphs] Kai.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «regio purificatore dell' «orizzonte», piramide di Cheope».—(Denkm. II, 34, b).

4. Defunto di cui manca il nome.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sopraintendente dell' «orizzonte», piramide di Cheope».—(Denkm. II, 17, d).

5. Defunto id. id.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Num-Cheope»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Cheop».

— 147 —

[glyphs] «sacerdotel di Num-Cheope nell' interiio dell' «orizzonte», piramide di Cheope». (Denkm. II, 26; vegg. anche, ibid., II, 1, e, d, e, 2 e etc).

6. Defunto [cartouche/glyphs] Chafraan.—id. id.:
[cartouche/glyphs] «puriftcatore-capa della «grande», piramide di Cefrene».—(Denkm. II, 8 e 9).

7. Defunto [glyphs] Iimeri.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Cheope»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Sahura»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Noferàrkarfi».—(Denkm. Il, .50 e 55)

8. Defunto [cartouche/glyphs] «sacerdote di Sepseskafan».—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Cheope»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di SaIniva»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Noferàrkara».—(Denkm. II, 59).

9. Defunto [cartouche/glyphs] Ptahbiunofer.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Cheope»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Sahurà»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Noferàrki»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Userenra».—(Denkm. II, 5.5).

10. Defunto [glyphs] Àtà. — Id. id. :
[cartouches/glyphs] «sacerdote di Ra e di Hathor dei tempio di Àshatra, sacerdote di Noferàrkara, sacerdote di Sahura e sacerdote di Userenra».—(Denkm. II, 59).

— 148 —

11. Defunto [glyphs] Snotemhat.—Id. id.
[cartouche/glyphs] «[soprintendenti] dei lavori della mert di Assà».—(Denkm. II, tav. 76).

II. Necropoli di Saviet el Arrinn e di Alaisir.

Presso il lato orientale della piramide chiamata dagli Arabi Haram el-Alni-Goorui (probabilmente Lepsius, Denkm. II, 32, mira. XVII), furono trovati alenni blocchì di granito con iscrizioni e bassorilievi. Sopra uno di essi è rappresentata un'immagine virile, che non può riferirsi se non ad un Faraone; sopra nu altro leggesi il cartello di Userenra e sopra un terzo è incisa l'iscrizione: «(12) [glyphs]». Evidentemente essi dovevano appartenere al tempio che sorgeva lì accanto e di cui restano tuttora alenne traccio (Vyse, Appendix to operations carried on at the pyramids of Ghizeh, nel volume III dell'opera, pag. 12 e nelle tavole del Perring, parte III, tav. IV; vegg. anche, Lepsius, Denkm. II, 39 a, b, g).

III. Necropoli di Saqqarah.

13. Defunto [glyphs] Seri.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «capo dei purificatori nel quarteri funerario di Sent»;
[cartouche/glyphs] «capo degli honka nel quartiere funerario di Sent»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Sent nella siringa»—(Mariette, Les mastaba de l'ancien empire, pag. 92-93).

14. Defunto [glyphs] Hotephiris.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Hathor di gnora elei sicomoro o sacerdote di, Cheope».—(Mariette. Mast., pag. 90).

15. Defunto [glyphs] Tenta.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Cheope».—(Mariette, Mast. pag. 88 a Rougé, Inscript. inéd., tav. 78).

16. Defunto [glyphs] Ptahhotep.—Id. id.:

— 149 —

[cartouche/glyphs] «sacerdote di Ila nel tempio di Sopra, sacerdote di Hathor, regio purificatore della cappella Morti ili Userkaf e sacerdote di Userkaf»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Ra (nel) tempio di Sopra, sacerdote di Hathor e mcerdiile di Userkaf».—(Mariette, Mast., pag. 314).

17. Defunto [glyphs] Fefà.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «purificatore della «piu pura delle sedi», piramide di Userkaf»;
[glyphs] «sacerdote di Ra nel tempio di Sop (Sopra)».—(Mariette, Mast., pag. 101).

18. Defunto [glyphs] Nekaanχ.—Id. id.:
[glyphs] «purifìcatore-capo di Ra nel tempio di Sopra»;
[cartouche/glyphs] «purifìcatore-capo della «più pura delle sedi», piramide di Userkaf»;
[glyphs] «sacerdote di Ra e sacerdote di Hathor nel tempio di Ashatra».—(Mariette, Mast. pag. 311).

19. Defunto [glyphs] Numhotep.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «purifìcatore-capo del tempio di Sopra sacerdote di Userkaf»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Hathor nell' interno della «piu pura delle sedi», piramide di Userkaf»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote della cappella Mert (v. s. mim. 11 e 16) di Userkaf, sacra ad Hathor signora del sicomoro».—(Mariette, Mast., pag. 312; Rougé, Inscript. inédit., tav. 82 e Récherches sur les monum. des six prém. dynasties, pag. 80).

20. Defunto [glyphs] Pehenuka.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «purificatore-capo nella «piu pura delle sedi», piramide di Userkaf».—(Denkm. II, 48).

— 150 —

21. Defunto [glyphs] Noferàritnef.—Id. id.
[glyphs] «sarerdote-capo di Hathor»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Sahura»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote-capo di Hathor, protettrice della grande Mevt (v. s. il mim. 19) di Sahura»;
[glyphs] «sacerdote di Ra nel templio di Àshatra e in quello di Sopra».—(Mariette, Mast., pag. 326-327).

22. Defunto [glyphs] Ptahenmat.—Id. id.
[cartouche/glyphs] «sacerdote-aggiunto di Ra nel tempio di Àshatra e dell «anima», piramide di Noferàrkara».—(Mariette, Mast., pag. 250).

23. Defunto [glyphs] Xuthotephir.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «purificatore dell' «anima», piramide di Noferàrkara e sacerdote di Ra nel tempio di Sopuhatra».—(Mariette, Mast., pag. 91).

24. Defunto [glyphs] Neχthiris.—Id. id,:
[cartouche/glyphs] «sacerdote-aggiunto del tempio di Spuhatra e della «più stabile delle sedi», piramide di Userenra»;
[glyphs] «sacerdote del tempio di Ashatra».—(Mariette, Mast., p. 360).

25. Defunto [glyphs] Kamu.—Id. id.
[cartouche/glyphs] «sacerdote della «più stabile delle sedi», piramide di Userenra».—(Mariette, Mast., pag. 167 e Rougé, Inscript. inéd., tav. 87).

26. Defunto [glyphs] Haptuau.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote della «più stabile delle sedi», piramide di Userenru e sacerdote di Ru nel tempio di Sopuhatra»;

— 151 —

[glyphs] «sacerdote di Ra nel tempio di Ashatra»;
[glyphs] «sacerdote di Oro all'orizzonto»;
[glyphs] «sacerdote di Oro ashatyuti»;
[glyphs] «sacerdote di Oro usau».—(Mariette, Mast., pàg. 338 e Rougé, Inscript. ined., tav. 101).

27. Defunto [glyphs] Ptahnoferarit.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote-aggiunto di Ra nel tempio di Raχut e sacerdote-aggiunto della «più divina delle sedi», piramide di Meukauhor».—(Mariette, Mast., pag. 322).

28. Defunto [glyphs] Raenkau.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote della «bella» piramide di Tàtkàra.».—(Rougé, Inscript. inédit., tav. 91).

29. Defunto [glyphs] Manofer.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote-aggiunto della «bella», piramide di Tatkara».—(Denkm. II, 65).

30. Defunto [glyphs] Atus.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «purificatore della «bella», piramide di Astia (Tatkara)».—(Mariette, Mast., pag. 297).

31. Defunto [glyphs] Rakapu.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote della «bella», piramide di Àssà (Tatkara)».—(Mariette, Mast., pag. 279 e Rougé, Inscript. inéd. tav. 90).

32. Defunto [glyphs] Tepeman.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «primo sacerdote-capo della Mert (v. s. il num. 21) di Unàs sacra ad Hathor»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote della «migliore delle sedi», piramide di Unàs».—(Mariette, Mast., pag. 195; Rougé, Inscrìpt, inéd., tav. 91 e Récherches sur les monum. etc, pag. 105).

— 152 —

33. Principessa [glyphs] Rahont.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdotéssa della Mert (v. num. prec.) «Tetà».—(Mariette, Mast., pag. 360).

34. Defunto [glyphs] Kumhon.—Id. id.:
[glyphs] «sacerdote del tempio di Sopra (?)»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Userkaf e sacerdote di Hathor»;
[glyphs] «sacerdote di Oro nel tempio di Sopra»
[cartouche/glyphs] «purificatore della «più pura delle sedi», piramide di Userk i e sacerdote di Micerino».—(Mariette, Mast., pag. 200).

35. Defunto [glyphs] Tepeman II.—Id. id.:
[glyphs] «sacerdote del tempio di Sopra»;
[glyphs] «sacerdote di Oro (nel) tempio di Sopra»;
[glyphs] «sacerdote di Hathor»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Ma»;
[cartouche/glyphs] «purificatore della «piu pura delle sedi», piramide di Userkaf»;
[cartouche/glyphs] «purificatore del «sorgere dell'anima», piramide di Sahura»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Cheope»;
[cartouche/glyphs] «purificatore del «sorgere», piramidi di Senoferu»;
[cartouche/glyphs] «purificatore della «divina»,»;
[cartouche/glyphs] «purificatore della «grande» piramide di Cefrene».—(Mariette, Mast., pag. 198-199).

— 153 —

36. Defunto [glyphs] Anχeftka.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Ra nel tempio di Sopra e purificatore-capo della «piu pura delle sedi», piramide di Userkaf»;
[cartouche/glyphs] «purificatore del «sorgere dell' anima», piramide di Sahura».—(Mariette, Mast., pag. 307-308 e Rougé, Inscript. inéd., tav. 82-83).

37. Defunto [glyphs] Senenuuanχ.—Id. catore di Ra e sacerdote di Userkaf»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote e regio purificatore del tempio di Sopra e sacerdote di Userkaf»;
[cartouche/glyphs] «purificatore del «sorgere dell'anima», piramide di Sahura».—(Mariette, Mast., pag. 319).

38. Defunto [glyphs] Snotemhati.—Id. id.
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Ra nel tempio di Sopra, sacerdote di Userkaf; sacerdote di Ra nel tempio di Ashatra, sacerdote di Noferàrkara e sacerdote della «piu stabile delle sedi», piramide di Userenra».—(Mariette, Mast., pag. 259).

39. Defunto [glyphs] Seukau.—Id. id
[cartouche/glyphs] «regio purificatore»;
[cartouche/glyphs] «capo degli hon-ka»;
[cartouche/glyphs] «capo del cantori»;
[cartouche/glyphs] «capo del cantori della «più pura delle sedi», piramide di Userkaf»;

— 154 —

[cartouche/glyphs] «sacerdote di Userkaf»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Noferfrà».—(Manette, Mast., pag. 313).

40. Defunto [glyphs] Kamnoferit.—Id. id.:
[glyphs] «sacerdote di Ma»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Ra nel tempio di Sopuhatra, purificatore della «piu stabile delle sedi», piramide di Userenra, sacerdote e regio purificatore di Noferàrkara e sacerdote di Sahura»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Ra nel tempio di Sopra e sacerdote della «più stabile delle sedi», piramide di Userenra»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Ra nel tempio di Ashatra e sacerdote dell «anima», piramide di Noferà»;
[cartouche/glyphs] «purificatore del «sorgere dell'anima»; piramide di Sahura»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Sahara e sacerdote di Cefrene».—(Mariette. Mast, pag. 243 a 248 e Rougé, Inscript. ined., tav. 86).

41. Defunto [glyphs] Ptahχabiu.— Id. id.
[glyphs] «sacerdote di Ra e di Hathor»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Ra e Hathor nel tempio di Ashat, sacerdote e regio purificatore di Sahura, sacerdote di Noferàrkara, sacerdote di Noferfra e sacerdote di Userenra».—(Mariette. Mast., pag. 204-205 e Rougé. Inscript. inéd., tav. 88).

— 155 —

42. Defunto [glyphs] Anχemuk.—Id. id.:
[glyphs] «sacerdote di Ma»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Sahura e sacerdote della «più stabile delle sedi», piramide di Userenra»;
[glyphs] «sacerdote di Ra (nel) tempio di Rasop».—(Mariette, Mast., pag. 214 e Rougé, Inscript. inédit, tav. 84).

43. Defunto [glyphs].—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «soprintendente del tempio di Àshatra, e soprintendente dell' «anima», piramide di Noferàrkara»;
[cartouche/glyphs] «soprintendente del tempio di Sopuhatra e soprintendente della «piu stabile delle sedi», piramide di Userenra»;
[glyphs] «soprintendente della regione di Seχetra (Saviel el Arriau e Abusir)»69;
[glyphs] «soprintendente della regione di Rahotep».—(Rougé, Récherches sur les monum. des six prém. dynasties, pag. 94-95).

44. Defunto [glyphs] Satenmat.—Id. id.:
[cartouches/glyphs] «sacerdote di Ra e di Hatbor nel tempio di Ashatra, sacerdote dell' «anima», piramide di Noferàrkara, sacerdote delle «anime divine», piramide di Noferfra e sacerdote della «più stabile delle sedi», piramide di Userenra».—(Mariette. Mast., pag. 329).

— 156 —

45. Defunto [glyphs] Chuhotep.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote-capo della «bella», piramide di Tatkara e soprintendente della regione della piramide (suddetta)»;

«soprintendente della regione delle piramidi (infra indicate) e sacerdote-capo della «bella», piramide di Tatkara, della «più divina delle sedi», piramide di Menkauhor e della «più stabile delle sedi», piramide di Userenra».—(Rougé, Inscript. inéd., tav. 89 e 91).

46. Defunto [glyphs] Ptahhotep.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «purificato della «più stabile delle sedi», piramide di Userenra»;
[cartouche/glyphs] «purificatore della «più divina delle sedi», piramide di Menkanhor».—(Rougé, Inscript. inéd. tav. 87).

47. Defunto [glyphs] Raanχma.—Id. id.:
[glyphs] «sacerdote-aggiunto Ra nel tempio di Raχut e sacerdote-aggiunto della «più divina delle sedi», piramide di Menkauhor»;
[glyphs] «sacerdote-aggiunto delle «anime divine», piramide di Noferfra».—(Mariette, Mast., pag. 283-84).

— 157 —

48. Defunto [cartouche/glyphs] Seuoferunofer.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote-aggiunto della «bella», piramide di Tatkara»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Ra nel tempio di Raχut e purificatore della «più di vina delle sedi», piramide di Menkauhor».—(Rougé, Inscript. inéd. tav. 88).

49. Defunto [glyphs] Semuofer.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote della «bella», piramide di Tatkarà»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote della «più divina delle sedi», piramide di Meukauhor».—(Mariette, Mast., pag. 399).

50. Defunto [glyphs] Sabu.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote-aggiunto della «piu ferma delle sedi», piramide di Tetà»
[cartouche/glyphs] «sacerdote-aggiunto della «migliore delle sedi», piramide di Unàs».—(Rougé, Inscript. ined., tav. 94-95).

51. Defunto [glyphs] Ptahsepses II.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote-aggiunto e oblatore delle offerte della «piu ferma delle sedi», piramide di Tetà»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote della «migliore delle sedi», piramide di Unàs».—(Rougé, Inscript. inéd., tav. 92 e Recherches sur les six prém. dynast. etc, pag. 109).

52. Defunto [glyphs] Ptahsepses I.—Id. id.:
[glyphs] «gran mastro di Sokari»;
[glyphs] «sacerdote di Ma»;
[glyphs] «sacerdote di Ptah»;

— 158 —

[glyphs] «sacerdote di Sokari»;
[glyphs] «sacerdote di Chentitotenen»;
[glyphs] «sacerdùle del Tat venerando»;
[glyphs] «sacerdote di Ra all' «orizzonte», nel tempio di Ashatra»;
[glyphs] «sacerdote di Oro in Chentiur»;
[glyphs] «sacerdote di Ra nel tempio di Sopra e sacerdote di Ra nel tempio di Sopuhatra»;
[glyphs] «sacerdote di Hathor».—(Mariette, Mast., pag. 112; Rougé, Inscript. ined. tav. 79-80 e Recherches sur les mon. etc, pag. 72)

53. Definito [glyphs] Ratuann.—Id. id.:
[glyphs] «sacerdote di Ra nel tempio di Àshat».—(Rougé, Inscript. inéd. tav. 101).

54. Defunto [glyphs] Semu.—Id. id.:
[glyphs] «sacerdote di Ra nel tempio di Àshat».—(Denkm. II, 97).

55. Defunto [glyphs] Uràrin.—Id. id.:
[glyphs] «sacerdote di Ra {nel tempio di) Ashatra».—(Mariette, Mast., pag. 233).

56. Defunto [glyphs] Kamkot.—Id. id.:
[glyphs] «sacerdote di Ra (nel tempio di) Àshat».—(Denkm. II, 100).

57. Defunto [glyphs] Ptahsepses III.—Id. id.:
[glyphs] «sacerdote di Ra e di Hathor». (Mariette, Mast., pag. 132).

58. Defunto [glyphs] Ti.—Id. id:
[glyphs] «purificatore di Ra»;
[glyphs] «purificatore di Ra nella regione di Ràseχet» (v. sopra num. 43)—(Mariette, Mast., pag. 141).

— 159 —

IV. Necropoli di Saviet el Meitin.

59. Defunto di cui manca il nome.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote-capo della hatka di Pépi».—(Denkm. II, 111, k).

60. Defunto [glyphs] Àtà.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote-capo effettivo della hatka di Pepi».—(Denkm. II, 110, ed f).

61. Defunto [glyphs] Sepseskaui.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote-capo della Hatka di Pepi».—(Denkm. II, 110, n).

62. Defunto di cui manca il nome.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote-capo della Hatka di Pepi».—(Denkm. II, 110, m).

V. Necropoli di Schedi Said.

63. Defunto di cui manca il nome.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Userkaf»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote di Cheope».—(Denkm. II, 112).

VI. Necropoli di Chenoboschion.

64. Defunto [glyphs] Àtu.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «primo sacerdote-capo della «buon astazione», piramide di Pepi»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote-capa del «buon sorgere», piramide di Merenra»;
[cartouche/glyphs] «primo sacerdote-capo della «stazione della vita», piramide di Noferkariì».—(Denkm. Il, 113, 7).

— 160 —

65. Defunto [glyphs] Tautà.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote-capo e oblatore dello offerte della «buona stazione», piramide di Merira»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote-capo e oblatore delle offerte del «buon sorgere», piramide di Merenra»;
[cartouche/glyphs] «sacerdote-capo e oblatore delle offerte della «stazione della vita», piramide di Noférkara»;
[cartouche/glyphs] «primo sacerdote-capo della «stazione della vita», piramide di Noferkara».—(Denkm. II, 114, g).

VII. Necropoli di Abido.

66. Defunto [glyphs] Ptahnofersem.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote della «buona stazione», piramide di Merira».—(Mariette, Catalogue general des monuments d'Abydos, pag. 92).

67. Defunto [cartouche/glyphs] Pepinet.—Id. id.:
[glyphs] «soprintendente della regione della piramide (regione meridionale di Saqqarah presso Mastabat el-faraun)».—(Mariette, Cat. gén. etc., pag. 91).

68. Defunto [glyphs]| Chuà.—Id. id.:
[glyphs] «soprintendente etc.», e. s.—(Mariette, Cat. gén., pag. 86).

69. Defunto [glyphs] Taauu.—Id. id.:
[glyphs] «soprintendente etc.», e. s.—(Mariette, Cat. gén., pag. 94).

70. Defunto [glyphs] Unà.—Id. id.:
[glyphs] «sacerdote del «buon sorgere», piramide di Merenriì».—(Mariette, Cat. gén. pag. 95).

— 161 —

71. Definito [glyphs] Una II. — LI. id. :
[cartouche/glyphs] «primo sacerdote-capo del «buon sorgere», piramide di Merenra».—(Mariette, Cat. gén., pag. 90).

72. Defunto [glyphs] Una III.—Id. id.:
[cartouche/glyphs] «sacerdote-capo nell' interno «buon sorgere», piramide di Merenra».—(Marietto, Cat. gén., pag. 92).

VIII. Wadi Magharah.

Un bassorilievo, scolpito sopra una rupe e riferentesi alle vittorie riportate da Userenra contro le tribù nomadi del Sinai, ci dà il cartello-stendardo di questo Faraone, che è così concepito:

La prima parte di esso «[glyphs]» è probabilmente in relazione col nome di [glyphs] Àshatra, proprio di uno dei templi che sorgevano accanto alla piramide del Faraone suddetto.—(Denkm. II, 152, a).


FOOTNOTES

1 Una notizia bibliografica completa di quanto fu scritto sulle piramidi da Erodoto in poi potrebbe essere argomento di una monografia speciale, ma non entra nello scopo di questo lavoro; indicheremo qui appresso soltanto quelle opere, che ci fa dato consultare e di cui ci siamo giovati per la redazione di questo paragrafo.

Erodoto, lib. II, cap. 124 e seg.—Aristotile, Polit., lib. V, cap. 11.—Diodoro Siculo, Biblo., lib. I, cap. 63.—Strabene, lib. XVII, cap. 33 (808-1161).—Plinio, Hist. natur. libro XXXVI, cap. 12.

Wyse (Howard), Operations carreid on at the pyramids of Gizeh in 1837, etc., con una lunga appendice; opera in tre volumi, pieni di notizie particolareggiate e importantissime: ad essa è unita l'opera in tre parti del Perring. The great pyramid of Gizeh, the second and third pyramid, the pyramids to the Southward of Gizeh and at Abu-Roaseh, comprendente questultima anche le piramidi di Abusir e Saqqarah.—Mariette, Les mastaba da l'ancien empire, pag. 18 e seg., e Le Sérapeum de Memphis, pag. 84 e seg.—Lepsius, Denkm. I, tav. 11 e seg., e Briefe aus Ægypten, Ethiopien, etc, pag. 23 a 62.—Maspero, Histoire ancienne des peuples de l'Orient, pag. 67 e seg., e La pyramide du voi Unas, nel Recueil de Travaux relatifs à la philologie et à l'archeologie égyptienues, vol. III, pag. 177 e seg.—Brugsch, Reischerichte aus Egypten, p. 36 a 43, e Geschichte Ægyptens, p. 71 e seg.—Abu-Allatif, Relation de l'Égypte, trad. da S. de Sacy, pag. 171 a 177.—Greaves, Pyramidographie, riprodotta dal Thevenot, Relation de divers voyages, Parigi, 1696, tom. I., pag. 10-22.—Grobert, Description des pyramides de Gizeh.—Norden, Voyage d'Égypte et de Nubie, Parigi, 179, i, tom. I, pag. 109 e seg., e le aggiunte del Langlès nel tom. IlI, p. 246 a 336.—Pococke, A description of the East and some other countries, Londra, 1843, vol. I, pag. 41 a 46, e 48 a 53.—C. Niebuhr, Voyage en Arabie et en d'autres pays cìrconvoisins, Amsterdam, 1776, tom. I, pag. 153 a 162.—Shaw, Voyages en Barbarie et au Levant, La Haye, 1743, vol. II, p. 24 e 25.—Volney (C. F.), Voyage en Syrie et en Égypte, Parigi, 1783, tom. I, p. 244-251.—D'Anville, Mémoires sur l'Égypte ancienne et moderne, etc., Parigi, 1776, seg. XIV, pag. 138 a 149.—Coutelle, Observations sur les pyrainides de Gizeh; Jomard, Remarques et recherches sur les pyramides d'Égypte, etc., e Description generale de Memphis et des pyramides, nella Description de l'Egypte, etc., pendant l'expédition de l'armée francaise, texte, antiquités, tom. II, vol. IV, pag. 39-55, id. pag. 160 a 229 e tom. II, vol. II, cap. XVIII, pag. 56 a 87.—Zoega, De origine et usu obeliscorum, pag. 379-414.—Perrot et Chipiez, Histoire de l'art dans l'antiquité, tom. I, p. 195-246.—Alenni passi degli scrittori arabi seguenti, riprodotti nella Memoria del Jomard, nell'opera del Norden e nella traduz. di Abd-AUatìf del De Sacy: «Abù Zaid al-Balkbi, Muh. 'abd-Allàh b. Abd-al-Hakani, Abu ar-Raihàn al-Bèrùnì, Ibrahim b. Wasìfsuh, Ibn Ofeir, Abù abd-Allàh b. Muh. b. Salàma al-Qudài, Ibn Salarnàs, Ibn Abd-ar-Piahniàn, Ali b. al- Hasan b. Khalaf b. Qadid, Abd-ar-Rasid al-Bah-si, Ibn Eidwàn, Ibn Haukal, Ibn Khordàdbeh, Mahalli, Murtadi, Mas' Culi, Maqrizi, etc.».—Alenni passi di itinerarii o relazioni di viaggio dei seguenti autori, riportati dal Vyse nell' opera citata (appendice): Cyriaco anconitano (anno 1440), Breydenbach di Magonza (1486), Bartolomeo di Salignac (1550), Bellonio (1553), Lawrence Aldersey (1586), Jean Palernie, segretario del Duca di Angiò (1581), Prospero Alpino (1591), Baumgarten (1594), Sandys (1610), Vincenzio Fara (1615), De Villamont (1618), De Monconys (1647), Melton (1661), Vansleb (1664), Maillet (1692), Kircher (1666), Quatrémere (1701), Egmont (1709), Sicard (1715), De Perry (1743), Fourmont (1755), Bruco (1768), Savary (1777), Sonnini (1780), Browne (1792), Hamilton (1801) etc.—G. Lumbroso, Descrittori italiani dell'Egitto e di Alessandria, nell'indice, alla parola piramide.

2 Le piramidi qui accennate sono quelle più generalmente conosciute, ma non le sole che esistano in Egitto: poiché altre due piramidi di considerevoli dimensioni sorgono nella provincia del Fayum e parecchie di più piccole dimensioni si vedono tuttora nell'alto Egitto e segnatamente nella necropoli di Tebe. Veggasi per es. Jomard e Caristie, Description des antiquités de Heptanomide, nella Description de l'Ègypte, etc., texte, antiquités, tom. II, cap. XVI e XVII.

3 Langlès in «Norden, Voyage d'Égypte, etc.», vol. IlI, pag. 278 e seg. e 305 e seg.—Jomard, Remarques et recherches sur les pyramides de Gizeh, nella Description de l'Égypte, etc., texte, antiq. vol. IV, p. 194.—Veggasi pure un passo del capitolo dei tesori di Maqrìzi, riportato nell'opera «Al-Maqrizi, historia monetae arabicae versa etc., ab Olao Gerhardo Tijchson», e un passo di Abd-al-Hakam nella Pyramidographie del Greaves (Thevenot, Relat. de divers voyages, vol. I).

4 La tradizione attribuiva la demolizione della maggior parte delle piramidi all'eunuco greco Karalcusch. ingegnere di Saladino e costruttore della fortezza di Fostat e di altri grandiosi ediflzi del Cairo.—Vegg. in proposito, Norden, op. cit.. IlI, p. 301 e Abd-Allatif, id., pag. 171, e 206 e seg.—Una delle piccole piramidi di Gizeh fu in parte demolita dal colonnello Coutelle, durante la spedizione francese in Egitto (v. La description de l'Égypte, texte, antiquités, vol. IV, pag. 43).

5 «On remonte une colline que l'on croit ótre le reste d'une pyramide détruite et on apervoit à gauche trois tertres de forme à peu près conique il y avait encore là jadis trois petites pyramides, aujourd'hui entièrement ruinées (Le piramidi di Lischl) de loin elles ressembleut à des collines de sable (Jomard, Description generale de Memphis e Description generale de Heptanomide nella Description de l'Égypte, texte, antiquités, tom. II, cap. XVIII, pag. 82 e cap. XVI, p. 74.—Veggasi pure la pavto terza dell'opera del Perring, The pyramids to the Southwand of Gizeh, etc. Norden, op. cit. III, p. 310.—Abd-Allatif, iJ. id., p. 177.—Jomard, nella Description génerale de Memphis, p. 59.

6 Questo verso del Delille (Jardins des fleurs, canto IV) si riferiva nell'intenzione del poeta ai monumenti di Roma antica, ma venne fatto incidere sulla base della grande piramide dal principe Potoki. uomo di molta coltura che visitò l'Egitto nel principio di questo secolo. A ciò allude il Delille medesimo in quel passo del poema l'imagination (canto III, Parigi, 1806, p. 162 e 193) in cui parlando delle piramidi, esclama;

Recois donc mon tiibut, ù toi, de qui la main,
Sur leur roc plus solide et plus dur que l'airain,
Grava mes faibles versi Coulez, siècles sans nombre:
Nations, potentats, passez tous comme une ombre;
Ces nuirs sont mont trophée; et, vainqueur dn trépas,
Je puis dire à mon tour: «Mes vers ne mourront pas!».

7 Diodoro Siculo, sulle piramidi di Gizeh: «[Greek]» (Bibl. lib. I, cap. 63).—Properzio, lib. IlI, elog. II: «pyramidura sumtus ad sidera diioti».—Filone bizantino (De septem orbis spect. in Gronov. Thes, tom. 8, p. 254): «[Greek]».—Maqrizì (v. Abd-Allatif, op. cit. p. 215): «ogni cosa teme il tempo, ma il tempo teme le piramidi».—Didron: «ont peut dire de ces monuments gigantesques qu'ils sont le dernier chainon entre les colosses de l'art et ceux de la nature, etc.».—Napoleone Bonaparte: «du haut de ces pyramides quarante siècles vous contcmplent».—Delille (Imagination, canto III, Parigi, 1800, pag. 162):

O colosses du Nil, séjour pompeux du deuil,
O que l'oeil des humains vous volt avec orgueil!
Devant vos fronts alliers s'abaissent les montagnes;
Votre ombie immense, au loin, descend dans les campagnes.
Mais l'homme vous fit naitre, et sa fragilité
Vous a donne la vie et l'immortalité.
Que de fois à vos pieds m'asseyant en silence,
L'évoque autour de vous tout cet amas immense
De générations, de peuples, de heros,
Que le torrent de l'àge emporta dans ses flots,
Rois, califes, sultans, villes, tribus, royaumes,
Noins autre-fois fameui, aujourd'hui vains fantùmes!
Seuls vous leur survivez. Vous ètes, à la fois,
Les archives du temps et le tombeau des rois,
Le dépòt du savoir, du eulte, du langage,
La inerveille, l'enigme et la lecon du sage.
Regois donc mon tribut, etc.

8 Eisonlohr, Ein mathematiches Handbuch. der alten Ægypter, pag. 134 e seg.—Zeitschrift fur Aegypt. Sprache, etc., 1875, p. 29 e 1884, pag. 9.—Revue egyptologique, Deuxieme année, p. 308.—Sulla pronunzia mer del segno, veg. Maspero nella Zeitsch. 1883, pag. 63.

9 V. Brugsch, Hieroglyph. demot. Worterbuch e Diction. Geographique.

10 Lepsius, Denkmal; III. tav. 204, lin. 73 e 74: [glyphs].

11 Naville, Les lythanies du soleil, pag. 70; Pleyte, Chapitres supplementaires au livre des morts. III, p. 164; Brugsch, Worterbuch e Dictionn. Geographique; E. De Rougé, Notice des monum. egypt. du musée du Louvre, pag. 185.

12 De Rouge, Notice, etc., pag. 184-180 e 293-296.—Pierret, Recueil d'inscript. inedit. etc, parte seconda.

13 Piramide del museo dì Firenze, appai tenente al defunto [glyphs],—V. la tav. ami., num. 2.

14 Piramide dello scriba [glyphs] Ramessu, esistente nel museo di Torino.

15 Museo di Firenze, invent. 2577 e tav. ann. num. 3—Ptahank era fintello drl celebre Ptahmes, gran mastro di Ptah in Memfi, di cui esìstono tanti monumenti.—V. il nostro catalogo del mus. egiz. di Firenze, vol. I, pag. 197 e seg.

16 Mariette, Monuments divers, tav. V, lin. 102 e seg.

17 Esisteva una Habenben nelle vicinanze del tempio del disco (aten) nella città di Chu-Aten (Denkm. IlI, 97. e): un altro a Tebe nelle vicinanze del tempio di Consu a Karnak, un altro sulla riva opposta del Nilo, presso Medinet-abu, etc.—V. Brugsch, Dictionn. Geograph.

18 Essi si veggono tuttora sulla base dell'obelisco che rimane in piedi a Luqsor: riuelli che si trovavano sulla base dell'altro obelisco, che fu trasportato sulla piazza della Concordia a Parigi, esistono attualmente nel museo del Louvre.

19 Inventario, 886; una identica rappresentazione è ripetuta sopra un altro scarabeo che fa parte di una collezione privata di Firenze.

20 E. De Rougé. Ètudes des monuments du massif da Karuak, nelle Mélanges d'archéol. egypt. et assyrienne, vol. I, pag. 105; Brugsch, Recueil, etc, vol. III.

21 Brugsch, Worterbuch.

22 E. Schiaparelli, Monumenti egiziani rinvenuti di recente in Roma, etc., III, l'obelisco di namesse 11, pag. 14 a 29.—Poiché tutte le Divinità principali dell'Egitto e particolarmente Aramene e Osiride, adorati in Tebe e in Abido, non erano se non personificazioni locali del concetto solare, ne venne che la loro personalità non si mantenne sempre tanto distinta nella coscienza degli Egiziani, che talora l'una di esse non si confondesse o non rientrasse nell'altra, e quindi i simboli propri! di una Divinità non potessero indirettamente rappresentarne anche un'altra. Cosi Ammone potè a Tebe essere simboleggiato da un obelisco, e Osiride, a Eliopoli e a Sais, ove i suoi attributi di Divinità solare erano maggiormente sentiti, fu talora rappresentato sotto forma di piramide e di obelisco, come risulta da non dubbie indicazioni monumentali (vedi il nostro catalogo del museo egizio di Firenze, pag. 225-226, e Wiedemann nella Zeitschrift, 1878, p. 92). Notevolissimo è il passo del Greaves nella Pyramidographie (Thevenot, rélat. de divers voyages, Parigi, 1696, tomo I, p. 26), in cui parlando degli obelischi, dice: «peut-ètre aussi qu'ils ont voulu rcprésentor par là quelquesuns des leurs Dieux, car l'on sait qu'en ce temps-là les Égyptiens et les Payens les reprcsentoient par des colonnes et des obélisques—Isidoro tient qu'elles (les colonnes) estoient dediées au Soleil, que les Égyptiens ont adoré sous le nom d'Osiris et que les pyramides et les obélisques représentoient leur Osiris ou les rayons du soleil». V. sopra, pag. 126.

23 Veggasi la canzono del papiro Harris, in «Maspero, Études egyptiennes», III, pag. 242 e seg.

24 Erodoto, II, 73.—Tacito, Annali, VI, 28.—Plinio X, 2.—Horapollo, Parigi 1571, pag. 23 e 71.

25 Wiedemann, Die Phónix-sage im alten Aegypten. nella Zeitschrift fur Egypt. Sprache, etc, 1878, pag. 89 e seg.

26 La piramide di Nebterra Mentuhoteri, Faraone della XI dinastia, non sorgeva nella necropoli di Memfi, ma deve cercarsi in quella di Tebe.

27 Dal coperchio del sarcofago minore della defunta pirli e bau, nutrice di una figlia del Faraone etiope Taliraka (museo di Firenze).

28 Lepsius, Briefe aus Ægypten, Ethiopien, etc., pag. 145 a 147, 217, 237, 247 e seg. e Denkm., I, tav. 122, 123, 124, 126, 129, 130, 133 a 138.

29  Veggasi in proposito l'appendice filologica, unita alla presente monografia.

30 Per es, [glyphs] Ma, Divinità, che ò inseparabile da Ra, e che nei testi religiosi è variamente chiamata [glyphs] «la figla di Ra», o [glyphs] «madre di Ra», (v. E. Schiaparelli, Libro del funerali, tavole, XVIII, a, 16); [glyphs] Sokari, forma notturna ilei sole, che rappresenta nel ciclo di Dei di Eliopoli e di Memfi il concetto del solo notturno, simboleggiato da Osiride ad Abido; [glyphs] Anubi, simbolo solare parallelo all' [glyph] uta.

31 Il vocabolo [glyphs] hat-hor, letteralmente interpretato, suona «la dimora di Oro», cioè del sole, che, riconcepitosi da se medesimo durante la notte, rinasco al mattino; e la Dea che con questo nomo è designata fu forse in Egitto la forma più antica, in cui si concretò quella Divinità femminile, la quale, come dicemmo (v. sopra, pag. 130), non è se non l'ambiente misterioso, in cui il sole la Divinità per eccellenza dà origine a se medesima.

La Dea Hathor, sia che se ne consideri l'origine o che si tenga conto del concetto che la produsse, fu fra tutti gli Dei secondarli la piu vicina al Dio Ra; perciò queste due Divinità, Ra, Hathor, sono strettissimamente unito l'una all'altra, e la loro intima connessione e dipendenza si manifesta non solo nel nomo di [glyphs], Hathorit, che portavano le sacerdotesse addette al culto del sole nel tempio di Eliopoli (stelo di Ramesse II dell'anno 35, Ibsambnl, nei Denkm., III, tav. 194, lin. 5), ma si rivela in molteplici fatti e specialmente nella comunanza di alcuni simboli, quali l'ureo e lo sfìnge.

L'ureo o aspide, è il segno determinante e caratteristico di tutte lo Divinità femminili, le quali si riducono appunto ad unità in Hathor, e non di rado poi porta sul capo il disco solare fra le corna di vacca, emblema specialissimo di essa (vegg. un bronzo del museo di Firenze, e l'involucro della defunta [glyphs], recentemente acquistato dallo stesso museo; in un [glyphs] benben funebre del museo di Torino, già altra volta citato, è rappresenatato un ureo che porta sul capo la corona rossa e che è chiamato [glyphs] «la bella Dea della mantarjna Occidentale», in altri termini, Hathor; ma al tempo stesso è il simbolo piìi esteso e generico di tutte le Divinità solari e accompagna indissolubilmente tutti gli altri simboli di Rà. Lo sfinge, per contro, simbolo speciale di Oro ossia di Ra nascente, poteva esserlo del pari di Hathor, come fa fede la sfinge Barracco, in cui le forme slanciate del corpo accennano ad una leonessa, mentre l'acconciatura del capo ricorda quella di Hathor, il cui nome si può, a parer nostro, restituire con tutta certezza nell'iscrizione che porta incisa sul petto ([glyphs] «una offerta regale è fatta ad Àmenrà, e al Dio benefico, signore delle due regioni, Meneprà, [amato da Hathor, signora del sicomoro]»).

32 E. De Rougé, Recherches sur les monum. qu'on peul attribuer aux six prèm. dynasties, pag. 46 e 47.

33 Lepsius, Denkm. I, tav. 14; Grobert, Description des pyramides, pag. 29 e seg.; Jomard, nella Descript. des pyram. già citata, pag. 86; Norden, Voyage, etc., Parigi, 1795, vol. I, p. 122.

34 Questa nostra affermazione contrasta coll'opinìone generalmente professata dagli Egittologi, che l'accesso alle camere interne della piramide venisse chiuso definitivamente, suhito dopo che la mummia vi era stata deposta; opinione che non ci pare possa essere ammessa se non con molte restrizioni, essendo in molti casi contraddetta dalle notizie dei classici e sopratutto dalle indicazioni positivo dei monumenti egiziani medesimi.

Strabene (lib. XVII, 33, (808, 1161;), parlando della grande piramide di Gizeh, osserva che «[Greek]», «sopra uno dei tali, a un'altezza non tanto yranda, (essa) ha una pietra che si può estrar fuori: levandola vi è un corridoio tortuoso fino alla camera sepolcrale»; notizia per se medesima chiarissima e che merita di essere tenuta in conto, non fosse altro perchè ci conserva una leggenda, che al tempo di Strabene doveva essere viva nella bocca del popolo. Lo stato di rovina, in cui si trova attualmente quella piramide presso l'ingresso del corridojo non permette di determinare l'esattezza della notizia del geografo greco: però il Mallet, il Norden, il Coutelle, il Jomard e molti altri, che visitarono e descrissero le piramidi, osservarono, che nel punto in cui il corridojo suddetto sbocca nella camera del sarcofago, il lastrone di granito, che vi era stato lasciato sospeso dai costruttori della piramide, non fu mai fatto discendere, e lo stesso fatto pare che si sia constatato anche in altro piramidi. Giova poi sopratutto ricordare che alcune piramidi avevano due ingressi, indipendenti l'uno dall'altro, dei quali uno solo è a credere che venisse chiuso; per cui noi riteniamo per certo che alcune piramidi, e almeno per un determinato periodo, rimasero aperte ai sacerdoti pel eulto della Divinità e pel servizio funebre. A ciò accennano pure in modo incontrastabile alcuni passi di iscrizioni sepolcrali contemporanee delle piramidi: cos'i il dignitario [glyphs] Pehenuka, è chiamato «sacerdote-capo nella piramide di Userkaf» (append. nuni. 20), il dignitario [glyphs] Unà «sacerdote-capo nella, piramide di Merenra (app. num. 72); così ancora il defunto [glyphs] Ràenkau porta il titolo di «capo dei cantori della piramide di Userkaf» (app. num. 30) e finalmente il dignitario Re Numhotep era sacerdote di Hathor nell' interno della piramide stessa (app. num. 19).

Queste camere della piramide, che rimanevano a perte ai sacerdoti, furono probabilmente designate con varii nomi, poiché è supponibile che ad esse si riferiscano i termini di [glyphs] àurer, e di [glyphs] hat-ka che si trovano in alcune iscrizioni (v. Mariette, Les mastaba de l'ancien empire, etc., pag. 204 e append. filologica, num. 59 a 62): ci pare nondimeno che esse fossero indicate più generalmente col vocabolo di [glyphs] morti o [glyphs] o mert, e che fossero particolarmente sacre ad Hathor, come crediamo si debba dedurre dall'esame parato dalle iscrizioni riportate nell'appendice, ai n. 16, 19, 21, 32 etc. Veggasi anche Mallet nell'opera di Pococke, Description of the East, Londra, 1743, vol. I, pag. 240; Norden, Voyage d'Égypte et de Nubie, Parigi, 1795, vol. I, pag. 120, e specialmente nella lettera a M. Folkes, stesso volume, pag. 153, e tav. 50 e 51; Coutelle, Observations sur les pyramides de Gizeh, nella Description de l'Ègypte, etc., texte, antiquites, tom. II, p. 42; Jomard, Description generale de Memphis et des pyramides, nella Description id. id,, tom. II, cap. XVIII, pag. 14.—Sull' uso delle pietre movibili negli edifizi egiziani veggasi Erodoto, II, cap. 121 e 122, ove si racconta la storia di Eampsinito, e iullo stesso argomento, Maspero, Contes égyptiens, introd.

35 Il vocabolo [glyphs] hont col significato di tempio, si trova, per quanto ci è noto, in tre solo iscrizioni: l'tina di esse è incisa sopra una tavola di offerte del defunto [glyphs] Affa (Saqqarah), che porta il titolo di [glyphs] «soprintendente del tempio hont», che, secondo il Mariette, dovrebbe riferirsi alla quarta dinastia: una seconda volta si trova sopra una tavola di offerte (Saqqarah) del defunto [glyphs] Fefà, che porta un titolo simile al precedente (Mariette, Mast.. p. 101); ricorre una terza volta in due passi della grande iscrizione di Una, su cui vedi la nota (1) nella pag. seg. Veggasi pure la nota (4) pag. 24.

36  Le forme piu frequenti di questo nome sono [glyphs], append, num. 16, 18, 38, 40, 42 e [glyphs], id., id. 19, 42 e 52.—Varianti: [glyphs], id., id. 21, 36, 37, 40; [glyphs], id., id. 34 e 35 e [glyphs], id., id. 17.

37 [glyphs] append., num. 21, 22, 26, 38, 44; [glyphs] id., id. 24 e 43 [glyphs] id., id. 55; [glyphs]; id., id. 41 e 56.

38 [glyphs] append., num. 12 40; [glyphs], id. id. 52; [glyphs] e 43; [glyphs], id, id. 23 e 26.

39 [glyphs], append. num. 47 e 48; [glyphs], id., id. 27.

40 V. append., num. 10, 14, 16, 18, 19, 21, 32, 34, 35, 41, 44, 52, 57 etc.

41 V. append., II, «necropoli di Saviet el Arrian».

42 Lepsius, Denkm., II, tav. 32 e Perring. The pyramids to the Southwand of Gizeh, etc.

43 Nella dignità di sacerdote di Ra nel templi sopraindicati si distinguevano varii gradi, e specialmente quelli di [glyphs] uab «purificatore», [glyphs] suten nàb «regio purificatore», [glyphs] shatu «purificatore-capo», [glyphs] shatuab.ha «primo purificatore-capo», e [glyphs] neter honemχet «sacerdote aggiunto», [glyphs] neterhon «sacerdote». [glyphs] neter hon ma «sacerdote effettivo», [glyphs] shat neter hon «sacerdote-capo» [glyphs] shat neter hon ha primo sacerdote-capo, etc. Le persone che erano insignite di questi titoli e di queste dignità costituivano tutte insieme una categoria, affine per molti punti ad alcuni ordini equestri, quali erano nel principio dell'era moderna: questo sodalizio raggiuuse il più alto grado del suo splendore sul fine della IV dinastia, e quindi decadde a poco a poco, e quasi non ne rimase più traccia nei periodi storici, che succedono a quello dell'antico impero memfitico. Questo risulta dal complesso delle iscrizioni sepolcrali di quel tempo, di cui riproducemmo i passi principali nell'appendice annessa.

44 Questa notizia si ricava dal seguente passo della grande iscrizione di Una, il cui significato non ci pare che sinora sia stato rettamente compreso (E. De Rougé, Recherchcs sur les monum. des six. prem. dyn., pag. 136 a 138: Brugsch, Geschichte Egpptens, p. 100; Erman, Commentar. zur Inschrift der Una, nella Zeitschrift fur aegypt. Sprache, etc, 1882, p. 22).

Parte II, lin. 12-15.

[glyphs]
Mi mandò Sua Maestà ad Abehat
[glyphs]
per vortare la cassa dei viventi del siijnore della vita (cioè il sarcofago del Faraone, il quale nella linea 7 di questa iscriz. è chiamato [glyphs]).
[glyphs]
col suo coperchio g il benben nobile e venerando della hont del «buon sorgere», piramide di Merenra. {Mi) mandò Sua Maestà ad Elefantina, per portare un tabernacolo di granilo colla sua tavola di libazione, e [pure) in granito
[glyphs]
per portare in pranilo le porle e te tavote di iibazione detta camera supcriore dette offerte detta hont [glyphs] «buon sorgere», piramide di Merenra.

[glyphs] vocabolo tecnico, di significato incerto, che si trova sovente in parallelisiuu con [glyphs] seba, il cui significato di porte e di jpi/one è ben definito: parrebbe indicare la corict in senso generale, sia che sormonti una porta o un pilone, o costituisca il coperchio di un sarcofago, come parrebbe trattarsi nel passo precedente.

[glyphs] altru vocabolo di significato incerto: in via del tutto congetturale proponiamo la traduzione di tuiujarina di granito, il cui uso era frequente nella costruzione della piramide e degli edifizì annessi.

[glyphs] setu non può in nessun modo significare soglia o zoccolo come ha supposto il De Rougé: esso non può significare altro che «tavola di libazionev, significato che deriva naturalmente dal senso etimologico della radice, e che si accorda a perfezione col significato generale di questo passo.

[glyphs] Proponiamo per questo vocabolo la lettura hotep, fondandoci sul fatto che in una stele del museo di Firenze, vedesi rappresentata una tavola di otì'erte (hotep). che ha una forma quasi intieramente identica al segno [glyphs]; il significato del vocabolo [glyphs] hotep sarebbe quindi quello di camere della offerte, che dà all'ultima parte di questo passo un significato convenientissimo.

[glyphs] hont è una forma incompleta per [glyphs], alla stessa guisa che [glyphs] una variante di [glyphs] etc.: questo vocabolo designa adunque un piccolo tempio in forma di piramide tronca, che doveva essere addetto alla piramide e sorgere poco lungi da essa.—A questo tempio poi, e non alla piramide, dovevano essere destinati il benben nobile e venerando, il tabernacoto colla sua tavola di libazione, le porte di granito, le cornici e le tungarine di pranito delta camera delle offerte, la quale faceva certamente parte del tempietto, come è richiesto inesorabilmente della sintassi grammaticale del passo non meno che da ragioni archeologiche.—Poiché adunque in questo tempietto era adorato un benben, il quale come già dimostrammo, era il simbolo più sacro del sole, o del Dio Ra, di Oro, esso poteva essere identificato simbolicamente colla Dea Hathor, il cui nome non significa altro se non dimora di Oro; e sotto questo punto di vista potè essere chiamato col nome di [glyphs] hont dio è uno dei titoli piu comunemente attribuiti ad Hathor nelle iscrizioni di tuttu l'Egitto, uni particolarmente in quelle della necropoli di Memfi. V. infra, pag. 142.

45 Queste notizie sulla topografia dell'antica necropoli di Memti si deducono, a parer nostro, con piena sicurezza, dall'esame delle iscrizioni sepolcrali di quel periodo, coordinate colle notizie positive che attualmente si hanno sulla situazione delle piramidi di alcuni Faraoni. Esaminando sotto un punto di vista topografico e cronologico le iscrizioni riportate nell'appendice e le molte altre dello stesso periodo, si scorgerà facilmente come quelle che riguardano il tempo anteriore alla IV dinastia provengano da Saqqarah, quelle della IV dinastia abbondino sopratutto a Giseh, quelle della V nuovamente a Saqqarah e quelle della VI in parte a Saqqarah, e in parte in alcune necropoli dell'alto Egitto e specialmente ad Abido. Questo successivo cambiamento della regione in cui i dignitarii dell'antichissima Memfi erigevano le loro tombe, dovette essere una conseguenza diretta del luogo continuamente diverso, in cui i Faraoni fecero costruire le loro piramidi; cosi dalla storia topografica della necropoli dei privati, possiamo dedurre indicazioni, che ci conducano a determinare, con certa approssimazione, la posizione delle piramidi di alcuni Faraoni, di cui finora non fu trovata la tomba.—Di fatto dalle notizie dei classici e per altre indicazioni sappiamo, che le piramidi della IV dinastia sorgono tutte sull'altipiano di Giseh; dalle ricerche del Wyse risulta, che la piramide settentrionale di Abusir fu la tomba di Sahurà, il cui cartello è scritto ripetutamente sui blocchi di granito, che chiudevano l'accesso alla camera del sarcofago, mentre poi le scoperte recenti del Mariette e del Maspero hanno messo in luce, che le piramidi del fine della quinta Unàs e del principio della sesta dinastia (Tetà, Pepi I, Pepi II, etc.) sorgono tutte a Saqqarah, incominciando dalla regione settentrionale dell'altipiano presso Abusir e continuando al sud verso Dashur. È quindi ragionevole il supporre che alcune dello piramidi di Saqqarah, che hanno caratteri di maggiore antichità e che non furono finora identificate, risalgano ai Faraoni anteriori alla IV dinastia e specialmente a quelli della terza, ed è poi a ritenere con sicurezza anche maggiore che le piramidi della quinta si devono cercare presso Saviet el Arrian e presso Abusir.

Studiando quindi diligentemente le indicazioni speciali delle iscrizioni citate nell'appendice, comparandole le uno colle altre e determinando in quale relazione i templi di [glyphs] Sopra, di [glyphs] Àshatra etc., stieno colle piramidi di quel tempo, ciò dato distinguerle in tregruppiben definiti, dei quali il primo doveva essere rappresentato dalla piramide di Userkaf e dal tempio di Sopra, che dovevano sorgere nella regione piu settentrionale di Saviet el Arrian, non lungi dall'altipiano di Giseh (Denkm. II, 32, num. XV), il secondo dalle piramidi di Userenrà, di Noferàrkara e di Sahur a, e dai templi di Sopuhatrà e di Àshatra, e comprenderebbe nel suo arahito le due ultime piramidi di Saviet el Arrian (Denkm. II, 32, num. XVI, XVII e la piramide settentrionale dì Abusir (id. num. XVIII), montre il terzo, costituito da quelle di Noferfra, di Menkauhor e di Issa o Tatkara, col tempio di Raχut corrisponderebbe al gruppo meridionale delle piramidi di Abusir (id. id., probabilmente i num. XX, XXI e XXVIII), che si avvicina al gruppo di Unàs e Tetà il quale, come dicemmo più sopra, appartiene già all'altipiano di Saqqarah. Le piramidi di Abusir sono tuttora in gran parte inesplorato, e ci lusinghiamo che quando verranno riaperte, si truveraiino in esso delle indicazioni che concorderanno colle notizie, che abbiamo dedotto dalle iscrizioni loro contemporanee.

46 [glyphs] Sophrà, «il tempio dell' essensa di Ra»: [glyphs] Àshatrà «il tempio die è la sede del cuore di [glyphs] Sonhatra «il tempio che riceve il cuore di Rà, (ehe concepisce Ra)»; [glyphs] Raχut «il tempio di Rà che sorge all'orizzonte».

47 Alcune di queste conclusioni risultano od evidenza, e le altre si debbono indurre, dalle i-scrizioni raccolte nell' appendice e a cui abbiamo accennato più volte. I Faraoni seppelliti nelle piramidi si trasformavano, secondo le credenze egiziane, in Osiride, come appare dal determinativo che nelle iscrizioni 14a e 37a accompagna i cartelli reali di Chafrà e di Userkaf, opimre in Num, come è indicato dall'iscrizione 5a: questa trasformazione o immedesimazione era tale, die il Faraone defnnto veniva considerato come una vera e propria Divinità; e mentre i sacerdoti addetti alle tombe private portano il titolo di in boni; a, vale adire «servi della statua», quale rappresentante l'individualità fisica del defunto che persiste malgrado la morte del corpo, per contro quelli addetti alle piramidi sono costantemente designati coi titoli di [glyphs] honka, vale a quelli, che già vedemmo essere portati dai sacerdoti di Ra, e che erano parimenti proprii dei sacerdoti di tutte le altre Divinità.

Simultaneamente alla dignità di sacerdote di uno o più Faraoni defunti, molti dignitarij rivestivano anche quella di sacerdoti di una o più piramidi, come si deve indurre ad es. dalle espressioni.

le quali furono credute erroneamente identiche e parallele a quelle di

e da cui invece si devono considerare come assolutamente distinte: poiché nella medesima iscriptione, troviamo che lo stesso defunto porta, ad es. il titolo di [glyphs] del Faraone e immediatamente dopo quello di [glyphs] della rispettiva piramide (ved. append., num. 34 e 40).—Sia il culto del Faraone come quello della piramide poteva farsi in una delle camere interne della piramide stessa (v. append. num. 20 e 72) ma piu generalmente si celebrava in quello fra i templi di Rà, che sorgeva nelle vicinanze; quindi i sacerdoti dei Faraoni defunti e delle rispettive piramidi erano contemporaneamente sacerdoti di Ra in uno o in parecchi dei templi suddetti, e così reciprocamente.

48 Morel-Fatio, Sepultures das populations lacustres, Chamblandes, près Pully, Suisse, nei Matériaux pour l'histoire primitive et naturelle de l'homme, 1882, febbrajo, pag. 66.

49 Dante, Paradiso, canto XXIII.

50 E. De Rougé, Recherches sur les monuments des six premières dynasties, pag. 48.

51 Abd-Allatif, Relation de l'Égypte, tradotta dal De Sacy, pag. 176.—Veggansi anche alcuni passi di Ibn Abu-Selet e di Abu-Sadeq, nel Voyage d'Ègypte del Norden, tom. III, p. 319.

52  Jomard, Description generale de Memphis et des pyramides nella Descrìption de l'Egypte, texte, antiq., tomo II, cap. XVIII, pag. 88.—Lepsius, Denkm. 1, tav. 19, 36 e 45.

53 Jomard, Remarques et recherches sur les pyramides, nella Description, etc, texte, antiq. tom. II, pag. 227-229.

54 V. nella tav. annessa i num. 4 e 5.

55 V. sopra, pag. 129.

56 V. tav. ann. num. 9 e 10.

57 V. sopra, pag. 126 e 127 e tav. ami., num. 3.

58 V. sopra, pag. 130 e pag. 133, nota (1).

59 V. sopra, pag. 136.

60 Anche un altro tempio che portava lo stesso nome di hont e elio aveva la stessa l'oima architettonica doveva simboleggiare Hathor: poiché il defunto Affà.che ne ora il soprintendente, è rappresentato col petto coperto da un paramento singolarissimo, die non trovainino finora figurato in alcun altro monumento, e che è foimatn con emblemi proprii di Hathor (Mariette, Les mastaba de l'ancien empire, pag. 106.

61 V. sopra, pag. 135 e pag. 139, nota (1).

62 V. sopra, pag. 129 e 130 o pag. 133, nota 1.

63 Mariette, Notice des principaux monuments du Musee de Boulaq, pag. 162 e 163; Maspero, Guide du visitateur au Musée de Boulaq, pag. 138; Leemans, Description raisonnóe des mon. égypt. du Musée de Leida, pag. 305 e 306; Pierret, Catalogue de la salle historique du Musée égypt. du Louvre, pag. 95 e seg.; Wiedemann, Eisenlohr, Leemans e Pleyte nelle tornate del congresso internazionale degli orientalisti di Leida, bollettino n. 5, pag. 5.

64 [glyphs] etc. (museo di Firenze, invent. n. 235).

65 Museo di Firenze, invent. num. 2363 e 2366 (ved. tav. ann. nuiu. o e 7); Pierret, Catal. de la salle historique, etc., pag. 98 a 102, num. 406, 415, 416, 423, 434, 444; Leemans, Catal. du Musée de Louvre, pag. 306, num. 5.—Nel museo di Torino esistono pure tre coni colla medesima rappresentazione.

66 Museo di Firenze, invent. 2356 (tav. ann., num. 8); Pierret, Catal. da la salle historique, etc. pag. 100, num. 432 e pag. 102, num. 445.

67 Museo di Firenze, invent. 2360 e 2361 (tav. ami., num. 11); Pierret, Cat. etc, pag. 100, num. 429.

68 Strabuno, XVII, cap. I. (738-1073).—Eradoto, T, 181.—Langlés in «Norden, Voyage d'Égypt, etc.», tom. III, pag. 122 e seg.—Zoega, De origine et usu obeliscorum, pag. 380 e seg.—Gemelli Careri, Giro del mondo, tom. VI, p. 118.—Reuben Burrow, Sur un ancien baliment situé dans le district de Hhàdjipour, etc., nelle Recherches asiatiques de la Società établie au Bengala, tomo II, append., pag. 56-58.—Turner, An account of an embassy to the court of the Teshoo Lama in Tibet, etc., Londra, 1806, pag. 260 e seg, o tav. XI, XII.—Symes, An account of an embassy in the Kingdom of Ava, Londra, 1800, pag. 187 o 188.

69 A conferma del culto di Hathor in questa regione, in cui essa era simboleggiata di, tanti edifizi che avevano la forma della piramide tronca, possono essere citate, fra le altre, le espressioni seguenti (Brugsch, Diction. Géogr., al vocab. Ràseχet):

[glyphs] «Hathor signora di Seχetra»;
[glyphs] «Hathor in Seχetrà».